E non può che essere così.

Se non facessi questo lavoro, probabilmente (ma non ho certezze), di personalità, ne avrei una sola. Se lo facessi senza entrare nel personaggio, anche, forse.

Il fatto è che che faccio quello che faccio e che, facendolo, mi viene naturale infilarmi a piè pari in quello che scrivo. Ed è sempre stato così, fin dall’inizio, nell’alto giurassico, quando il Telefono era il Nokia, non esistevano i tablet e i PC erano così grandi che per spostarli serviva il carroponte. Io studiavo (poco), passavo gli esami (in fretta) e scrivevo articoli per il docente per cui avrei poi iniziato a lavorare (da schiava). Se l’articolo toccava un argomento, uno qualsiasi, io entravo tanto a fondo nel cuore della materia da diventarne fanatica. Nel giro di una notte e fino al pezzo successivo.

Se scrivevo di cemento, per tutta la durata dell’impegno sul cemento, diventavo cementofila: leggevo solo cose sul cemento, parlavo di cemento, sognavo cemento, vivevo di S.C.C. (Self Compacting Concrete) e perfino mentre dormivo (ho sempre parlato nel sonno), vaneggiavo di calcestruzzi, malta fine e composti auto-livellanti. Qualunque fosse il tema, non mi bastava raccogliere il materiale, controllare le fonti, scrivere i pezzi, tradurli, ricontrollarli e spedirli, impaginati. Dovevo innamorarmene. Come se non avessi mai sognato altro. Non ero ancora un vero fantasma (lo facevo gratis e non valeva), ma già mi comportavo come se lo fossi.

Poi, un bel giorno, un compagno d’università un po’ cazzone  e molto ricco, mi disse: “Se tu che scrivi bene mi fai la tesi io ti pago e vado avanti a fare le mie cose”. (cioè una fava) Accettai. Senza nemmeno sapere il titolo, il contenuto o la materia. Quando poi ci incontrammo per l’anticipo e i “dettagli”, scoprii che avrei dovuto imbastire una tesi finanziaria. Avevo odiato Finanza (per l’intera settimana di studio e fino al 24 sul libretto) e la notizia di dovermi mettere a scrivere un’intera tesi su un tema che mi faceva schifo, mi lasciò un po’ perplessa. Ormai però avevo detto di sì e intascato le due banane e i tre pomodori dell’acconto (andava anche allora il cambio-merce) e toccava mettersi sotto. Ci misi due giorni a infinanziarmi fino al midollo e poco meno di due mesi per stendere la tesi che comprendeva, oltre alla rielaborazione di mille-mila bilanci, anche una decina di interviste ad altrettanti A.D. del settore. Per presentarmi al posto dell’autore a fare le interviste ed essere credibile (abbastanza credibile) feci finta di essere la sua segretaria. E la sfangai. Quella tesi fu la mia prima impresa come ghostwriter e la prima di una lunga serie di innamoramenti temporanei.

Da allora sono passati un paio di eoni, ho un sito internet, una partita IVA e clienti che si rivolgono a me anche per scrivere la lista della spesa, ma l’approccio (di testa e con la pancia) non è cambiato. Quando entro in un nuovo lavoro, lo faccio davvero e lo faccio tanto, fino in fondo. A volte i temi trattati si assomigliano, o fanno parte della stessa macro-area. Solo che capita (che sta capitando) che i lavori siano non solo diversi (per forza) ma che portino con sé immagini e suggestioni in contrasto.

Scrivere per una maestra di italiano in pensione che rievoca la sua infanzia a pane e orsoline e contemporaneamente per un thrillerista da cardiopalma, un pervertito che parla solo di bondage, un neurochirurgo o uno psicoterapeuta e un harmonista, lo devo ammettere, a livello di personalità, può creare qualche problema. Soprattutto se ogni volta che apri un file, rientri nel personaggio alla velocità della luce. E non ne esci fino a che cambi argomento.

Se fai lo scrittore fantasma ti può capitare di saltare da una personalità all’altra con una flessibilità mostruosa:  ricontrollando un paio di capitoli rosa-maialino, sarai carino e coccoloso. Tra le sei e le otto, lavorando su ipnosi e fisiognomica,  sarai elettrizzato e molto mentalist. Dall’ora di cena fino a poco dopo le dieci, potresti essere tra l’eros e il noir. A mezzanotte, poi, potresti trovarti in terapia di gruppo: accomodante, taciturno, tutt’orecchi. E svenire sognando ricette.

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