Un’altra notte è passata, tra incubi deliranti e conati di vomito. Sogno, ma non sogno e non riesco più a dare una consistenza alle azioni di routine che svolgo. Per quanto tempo, ancora? Sono incatenato ad una giostra arrugginita per la quale non ho pagato il biglietto e, con oggi, un altro giro ha inizio: vai col tango.

Mi vesto nervosamente, sempre con lo stesso maglione grigio e gli stessi jeans sbiaditi. Davanti allo specchio, mi lascio andare in un sorriso sghembo e teso, perché mi pare di essere un moderno Paperino, vestito ogni singolo dannato giorno allo stesso modo. Esco, lasciando perdere la colazione e qualsiasi tentativo di igiene personale. Vivo in un corpo che non sento più mio. La conversazione telefonica della sera prima era stata più o meno così: «Allora, vuoi giocare ancora?», «No, ma ho forse una scelta?», «No. Per ora no. Tu hai una cosa per me e io ne ho una per te», «Ancora?», «Sì. Non ricordi? Hai detto che saresti stato pronto a fare di tutto», «Dimmi chi sei, almeno questo», «A domani. Sai già dove». Mi ero sentito morire e la prospettiva di un discreto suicidio ora non mi spaventa più. È già tardi e devo andare: vai col tango.

Guidare? No, non fa per me. Uso la macchina raramente e vivo facendo il ladro di passaggi. Le grandi strade, poi, le odio intensamente, ma oggi va così, perché nessuno mi accompagnerebbe al casello di Lambrate. Perderei almeno un paio di amicizie se la mia condizione fosse data in pasto al pubblico dominio. Guido e penso alla liberazione infinita di un camion che riduce me e la mia macchina nell’ombra di una scatoletta di cibo per gatti. Arrivo al casello, vado oltre e poi accosto. Rimango immobile e rigido, in attesa, e con le dita tamburello leggermente sul volante. È il mio meccanismo di difesa, il mio patetico tentativo di fingere che tutto ciò sia normale e tranquillo. Il mio cuore naviga attraverso la mia gola quando lo vedo improvvisamente apparire accanto a me, dietro al finestrino. Non capisco come faccia: lui non fa rumore, lui, semplicemente, appare e scompare. Indossa ancora la sua stupida maschera bianca.

La sua Porsche è parcheggiata dietro al mio catorcio e io, come sempre, mi sento una merda accattona. Apro la portiera ed esco. «Allora, fantasmino? Bravo, sei puntuale», «Ho imparato la lezione», «E hai fatto bene. Secondo te, cosa c’è qui dentro?», dice mentre sventola sotto al mio naso una busta sporca. «Ciò da cui vorrei solo scappare», «Esatto, ma non ancora. Dammi quello che mi devi». Metto una mano in tasca e sfioro delicatamente la chiavetta usb. È tutto legato a questo cazzo di oggetto, tutto. Gliela do con fastidio, quasi cercando di sfogare la mia paura con quel gesto insignificante. «Bravo, fantasmino. Ora vattene subito. Presto ci risentiremo». Lui scompare e io rimango fermo, mordendomi lentamente la lingua. Poi, arriva il sangue.

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