«Cazzo», disse.

Ma non pronunciò esattamente questa parola.

«Casfo»: suonava più o meno così quel che le sue orecchie udirono.

E la voce, il sapore: vomito e sangue impastavano la sua bocca, dono di chissà quale gourmet.

Nell’aria un odore dolciastro.

Il corpo, immobile, legato con cinghie elastiche a una vecchia sedia, a ogni tremito urlava il proprio dolore.

«Investito. Sono stato investito. Sì Sì». Questo pensiero fu il suo primo, timido e fallace tentativo di razionalizzare il proprio stato.

Si trovava in uno scantinato, forse. O un vecchio, piccolo magazzino.

Pareti scrostate dalla muffa, macchinari divorati dalla ruggine.

Se fosse stato in grado di vedere quelle finestre sbarrate malamente con qualche asse, piccole bifore sulla sommità di una parete, avrebbe capito di trovarsi in un piano seminterrato. Sì, se avesse potuto. Vani erano i tentativi di sollevare le gonfie palpebre, eppure come un cane ostinato, cane che non molla l’osso al più forte, rifiutò di arrendersi.

Con sforzo si impose un poco di controllo.

«Calma. Calma, cazzo! Respira, respira profondamente, per quanto sto’ cazzo di polmoni ti permettono. Respira, e ragiona. Ma cazzo, che male. Sei bravo a ragionare, se vuoi. Pensa. Pensa. Non sei tu. E’ un racconto. Tu sei il personaggio di un racconto. Di uno di quei racconti che ti permettono di vivere. Scrivi a comando. Scrivi per altri. Poche parole e via, scrivi, scrivi tu, e ragioni. Lo fai per altri, ora fallo per te, cazzo! Pensa. Ragiona. Ricorda. Pensa».

Tornò con la mente a quella stanza che non gli apparteneva, a quel letto che non gli apparteneva, a quella donna che non gli apparteneva. Ma quanto era dolce il profumo di lei, nuda. E come bramava, sempre, il sapore del suo sesso.

Dormiva Marie. Lui no, destato da un SMS: «Tra un’ora, Casello di Lambrate». Il cliente era tornato.

Decise di non svegliarla. Si vestì silenziosamente e, senza essersi lavato, uscì.

Imboccò l’autostrada, ma non verso Milano, no.

“Casello di Lambrate” era un codice. Il luogo d’incontro, sempre lo stesso.

Il merdoso lavoro d’ufficio e l’attività da Ghostwriter non potevano comprare quella vita cui sentiva d’appartenere: auto, donne, giochi particolari.

Il senso di colpa taceva, le overdose di Maalox non servivano più. «Fantasma sono, come sempre. A chi cazzo importa?».

Posteggiò l’auto sul retro di un vecchio centro commerciale, un sigaro l’unica compagnia, il finestrino abbassato, sguardo fisso sullo specchietto retrovisore.

Osservò il Panamera scuro imboccare l’angolo, avvicinarsi, parcheggiare di sbieco davanti a lui, l’uomo scendere, elegante e pingue, i pochi capelli accuratamente laccati.

Un’ultima boccata, sportello aperto, fuori dall’auto i due faccia a faccia, una chiave USB passa in un’altra mano, il denaro da un uomo all’altro.

«E’ l’ultima volta che lo faccio».

Un bieco sorriso comparì lievemente sul grasso viso; l’uomo col completo tornò sul Panamera e sgommò via.

I ricordi del “Ghost” si fecero confusi: un rumore, una mano a tirarlo per la spalla, il buio. Poi, dopo chissà quanto tempo, una parola: «Casfo». E ne sapeva quanto prima.

Ritentò inutilmente di sollevare le palpebre. Nulla.

Il corpo di Marie, nudo e martoriato, giaceva inosservato ai suoi piedi.

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