Lei ancora non lo sapeva, ma lui la amava. La amava per tutte le sue stranezze, per quel suo modo di fare svagato e infantile. Da quando la sua ex-moglie era, finalmente, uscita rumorosamente dalla sua vita, aveva sviluppato senza volerlo un inconscio disgusto per l’universo femminile. Con lei le cose erano differenti: non aveva nessuno dei vizi o dei capricci nevrotici di cui la sua ex-moglie era costellata e con i quali aveva lentamente cercato di corrodere la sua esistenza. Lei viveva in un altro livello della realtà e lui non poteva più sopportare il sobrio distacco che caratterizzava il loro legame lavorativo.

«Lei è una tua cliente. Una cliente importante. Non rovinare tutto», si ripeté quella mattina, per l’ennesima volta, davanti allo specchio del bagno. Dovevano incontrarsi verso le 07:15, al casello di Lambrate e lui continuava a rimuginare sulla singolarità di un appuntamento organizzato in un luogo come quello. Forse, lei si era accorta delle sue attenzioni e ne era spaventata? Lui uscì dal suo appartamento e si mise in viaggio verso il casello. Pensò al loro primo incontro, all’effetto che il suo viso morbido e giovane gli aveva fatto, a quel caffè offerto con imbarazzo e timore.

Timore di ricevere, ancora, un’altra delusione. Oltrepassò il casello e poi accostò. Era da solo e sorrise distrattamente. «La puntualità non le appartiene», sussurrò. Il suo ventre si fece più caldo e pulsante quando, dallo specchietto retrovisore, vide arrivare la sua Porsche. Quel tipo di macchina strideva sonoramente con la personalità semplice di lei. Entrambi scesero velocemente. Lei era stupenda, come sempre, e lui si sentì sciogliere. «Scusami, sono in ritardo come al solito!», «Nessun problema, il cliente ha sempre ragione, no?», esclamò lui e subito si accorse della banalità insipida di quella battuta. Lei rise forte e il cuore di lui si gonfiò: amava quella risata selvaggia. «Allora, ecco la tua busta. Tu hai portato…voglio dire, hai avuto problemi nel…», «Tutto perfetto, solo il meglio per te. Tieni», disse lui con voce roca e le passò una chiavetta usb. «Grazie, davvero», «Senti, ti offendi se ti chiedo di pranzare con me, uno di questi giorni?». Le parole gli erano sfuggite senza alcun controllo ed ebbe paura di ricevere una risposta secca e infastidita. Forse, aveva osato troppo. «A pranzo? Perché no? Vorrei conoscerti meglio», sussurrò lei arrossendo leggermente. Lo guardava dritto negli occhi, quasi per provocarlo.

«Bene! Allora, ti chiamo io», «Certo, ti aspetto», «Sicuro!». Lei non rispose più e si avvicinò a lui lentamente, si sollevò sulle punte e lo baciò dolcemente sulla guancia. Poi, se ne andò

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