Perché perdi tempo a lamentarti? Perché polemizzi? Perché scurisci di due toni le immagini? Perché in un soffio di vento vedi una tromba d’aria e in una tromba d’aria un cataclisma biblico? Perché appesantisci anche le piume, zavorrandole di ripetizioni e pause e dettagli grevi e inutili e pedanti? Perché tutti quegli aggettivi? Uno in fila all’altro, carichi di ansia e peso e fatica?

Perché se una cosa non la ripeti, almeno tre volte, enfatizzandola, pensi di non esser sentito?

Perché dai corda alle ombre e passi via veloce sulle luci?

Perché non godi di quello che sei/hai/puoi?

Perché vuoi davvero solo quello che non hai e di quel che hai, ti accorgi solo quando non ce l’hai?

Perché parli?
Perché continui a parlare parlare parlare senza dire niente di quel che dovresti dire a chi dovrebbe ascoltarlo ma non fai che seminare su campi vicini, ma non uguali, e limitrofi, ma non tangenti?
Perché annuisci quando dovresti negare?
Perché abbassi la testa quando l’unica cosa sensata da alzare – per quanto impegnativa – sarebbe il culo?

Perché passi due ore su un foglio xls che poi non guarderà nessuno, nemmeno tu? Perché ti vergogni così tanto nel dire cosa fai per vivere? Così com’è, intendo, senza fronzoli? Perché ti serve un’etichetta? Perché hai paura di chiedere soldi alla chiusura di una trattativa? Perché ti umilia ricevere regali?

Perché non ti piaci oggi come ti facevi schifo ieri e perché pensi invece che ieri in fondo fosse meno peggio di oggi? Perché hai dimenticato tutti quegli anni e quelle facce e quei nomi? Perché non sai vederti e perché non ti senti, nemmeno quando provi ad ascoltarti?

Perché sei diverso dall’immagine dietro lo specchio?

Perché sei uguale a quelli su cui alzi il sopracciglio e né più né meno stronzo, banale, inutilmente profondo e superficiale e bigotto e provinciale e ignorante? Perché non ti accorgi di essere perfino peggio, tu e la tua ignoranza, di quella di chi repelli per non aver colmato il vuoto per non aver approfondito letto studiato scritto ascoltato viaggiato imparato? Perché non ammetti di essere ben peggio di chi ti paga per scrivere?

Perché non riconosci di avere un pozzo senza fondo al posto della memoria e non ammetti che per quanto tu cerchi/legga/scavi, il buco non fa che crescere e sprofondare nell’abisso?

Perché non accetti di non essere solo, di non esserlo mai stato?
E di non essere tanto male, tanto diverso, tanto alieno, ma abbastanza bene, piuttosto simile e -alla fine- decisamente autoctono?

Perché t’indigni se una petroliera inquina o se un miliardo di uomini muore di fame?

Perché lasci le luci accese, produci quintali di spazzatura e sprechi tonnellate di cibo lasciandolo ammuffire in frigo?
Perché continui a correre, quando non sai più nemmeno camminare?

Perché, tu, povero coglione, non provi a rilassarti, per questi ultimi cinque minuti che ti restano, e ti eviti di pensare che dare il pollice opponibile a te, fra tutte le specie, sia stato davvero-davvero un grandissimo spreco?

Perché hai preso i soldi, oggi, se avevi già il veleno in circolo?

Perché gli hai consegnato il libro, finito, editato, tutto perfettino, se già sapevi di schiattare prima che arrivi all’editore?

Perché hai lavato la macchina, prima di incontrarlo a Lambrate?

Perché non hai lasciato uno straccio di lettera d’addio? Perché hai preso un veleno che non lasciasse tracce? Perché vuoi far credere sia un omicidio? Perché non hai nemmeno i coglioni per ammettere che hai deciso tu di toglierti la vita? Perché non hai i coglioni per scrivere che sei davvero un coglione?

Perché scrivi, ancora, dall’IPad e perché, ancora, hai la presa attaccata all’accendisigari?

Perché hai paura di non riuscire a pubblicare questo post? E che nessuno capisca che lo pseudonimo del cazzo con cui ti sei loggato alla Gang, alla Ghost Writer Gang cui eri così fiero di appartenere, sia il tuo?

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