Il Filo della Signora Marconi.
Essere in ritardo non è un evento per me, è qualcosa di più simile ad un difetto congenito. Di solito metto un numero di sveglie che va dal “Tanto ho dormito molto, sicuro mi sveglio” al “Se faccio tardi anche questa volta mi licenziano” che sono circa dodici.

Quella mattina però il livello di ansia era altissimo, tanto che decisi di arrivare al record di quattordici. Ma certo, mettere la sveglia è inutile, se si lascia il cellulare scaricarsi durante la notte. Infatti alle undici e mezza, a soli trenta minuti e quaranta chilometri dall’appuntamento, mi ritrovo al buio cercando con una mano gli unici slip puliti. Prima di uscire di casa evito attentamente di guardarmi allo specchio, ma per evitare di guardare la mia figura disastrata, evito anche di guardare quel maledetto peso per gli avambracci che avevo comprato per prepararmi all’estate e che ora ha la funzione di ferma porta. Ci cado sopra ma mi rialzo immediatamente. Tutto okay sembra, sono sopravvissuta. Ho le chiavi, l’USB, le scarpe e il portafogli.
Decido di prendere le scale, trovando l’ascensore bloccato. La signora Marconi del piano di sotto e le sue otto buste della spesa richiedono almeno una ventina di minuti per essere scaricate. Corro scendendo, saluto la signora che mi risponde con qualcosa che non riesco a capire, “Signorina ho del filo” credo di aver sentito. Non so cosa intenda dire, sinceramente, ma non ho tempo per pensarci. Salto in macchina, e arrivo con solo cinque minuti di ritardo all’appuntamento, al casello di Lambrate, dove Andrea, alto e perfetto, mi guarda dal finestrino della sua Porche. Scendo dall’auto e mi avvicino a lui sorridendo. Ad un tratto noto che ha un espressione strana e indica con lo sguardo la cerniera dei miei pantaloni. Fortuna vuole, che nella fretta io abbia indossato i pantaloni che evito ormai da mesi, che mi stanno stretti come una tuta subacquea e che con un minimo movimento si aprono sul davanti. Ecco, la cerniera è sparita, il bottone saltato, e le mutande visibili altro non sono che quelle verdi con una gran fiore sul davanti che dice “annusami”, son simpatiche mi aveva detto la commessa, sì simpatiche un corno. Mi pongo una mano davanti imbarazzata e prendo dalla tasca l’USB.
Un secondo e pluff. L’ USB cadde, nell’unica e dico unica pozzanghera in chilometri e annega lentamente. Lui e il suo sguardo indagatore mi fissano, mentre mi piego senza un pelo di grazia e affondo le dita in quell’acqua marrone. Ne esco fuori l’USB, lo agito, schizzando a destra e a manca e faccio per consegnargliela. –Sono quasi certa che funzioni ancora- gli sorrido, cercando di asciugare l’USB sulla camicetta bianca.
Prima di afferrarla lui mi guarda di nuovo negli occhi, facendomi arrossire e mi sorride. –Ti va di prenderci un caffè?- -Con questi pantaloni?- dico senza neanche accorgermene, realizzando con lentezza quello che era successo. –Se ti va passiamo da casa a cambiarli, prima-. –Ah sì, allora sì-.

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