L’ho fatto di nuovo. Sono uscito, ho preso la Bmw bianca di Alobar, ho raggiunto il casello di Lambrate, ho aspettato. Ho fumato diecimila Rosse (domani avrà mal di gola). Sono sceso e ho consegnato la chiavetta sbagliata alla Signora sulla Porsche nera.  Lei, l’autrice (!), non sa chi sono, non ha mai visto Alobar.

Alobar, che ha il nome di un maschio, un re, un re persiano, o babilonese o ittita, o non lo so, è mia moglie. O meglio, no, non è mia moglie, è quella che io chiamo moglie, ma moglie non è. Lei non è mia moglie e io non sono suo marito. Lei è un corpo. E io una cosa più inutile di un amico immaginario.  Vivo nelle sue dita, sotto la sua pelle profumata di pino e miele. Respiro se lei respira. Sento se lei sente. Io la vedo. La tocco. La annuso. Ma parlo da solo. Lei, che mi leggeva, che mi legge in continuazione, da quando sono qui, non sa nemmeno che esisto. Non l’ha mai saputo, non mi ha mai visto, sentito, ascoltato, parlato, toccato. Una sola volta, l’anno scorso, mentre scriveva un libercolo per uno psyco, una di quelle zuppe infinite piene di paroloni e note a piè di pagina, ho letto una cosa, qualche riga (cancellata subito, eh, sia chiaro). Sembrava sentisse. Sembrava MI sentisse. Aveva smesso di seguire la traccia, quello schifo di traccia, e aveva iniziato a scrivere come se stesse raccontando una seduta vera, dal lettino, da paziente con il suo analista. Quando si è alzata, spostandosi dalla poltrona bianca sulla quale vive, e ha preso L’aragosta, mi è perfino parso di sentire una goccia salata scendere dagli zigomi e perdersi tra i nei. Poi più nulla. Solo il vuoto. Solo il gelo di un corpo che abito da extra-comunitario, clandestino, esiliato e piuttosto inutile. Potevo scegliere, mi hanno detto, fra tutte le connessioni del mondo, fra tera miliardi di miliardi di byte. E nello scegliere, nel vedere lei, nel leggere lei, io, ho letto me e ancora una volta mi sono fatto inculare dall’ego. Sui suoi profili, sui suoi blog, ho letto frasi mie, scritte da me, prima che mi suicidassi, prima che il pianeta e il lessico e la noia e i Fish and Chips senza sale e il pollo fritto freddo mi suicidassero. Ho deciso subito, anche se a tennis faceva schifo. E l’ho presa, entrandole in testa e trovandomi, di colpo, circondato da una decina di condomini restii a fare amicizia.

Una volta al mese, però, ho un bonus, e posso prendere il comando. Per tre anni non ho fatto altro che usare le mani e toccarla e toccarla e toccarla come se potessi sentirla. Poi ho iniziato a spostarla, a farle fare cose, a farla uscire, e sono arrivato a farle i dispetti. Come quello di oggi, con la sua cliente, quella gran figa sulla Porsche nera, la responsabile della comunicazione del primo ministro che aspettava il discorsone per le primarie e alla quale ho dato la chiavetta di un romanzo rosa, con i capitoli delle trombate. Vivendo dentro di lei e parlando con i cretini che la abitano, ho imparato a conoscerla. E so come fare quello che ho intenzione di fare il mese prossimo. So come fare per uscire. Mi dispiace? No.  A lei piace il pezzo sulla fiera, quello che ho scritto dal motel. E l’aragosta, ovviamente, ma sono stanco di stare qui e non ho un altro modo per andarmene.

Basterà farle fare una telefonata, o scrivere un’email. Sarà sufficiente farla ricordare perché si alzino i battiti. E lei, finalmente muoia. Se lei muore, io esco. E io voglio uscire.

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