“È finito”.

Nonostante fossero passati già tre giorni, stentavo ancora a crederci.

“È finito”. Incredibile come due parole così semplici possano creare un subbuglio emotivo di proporzioni cosmiche. Mettere la parola fine ad un progetto del genere è come riprendere a respirare a pieni polmoni. Abbandonare l’aria rarefatta di un mondo ostile e privo di luce, per un paradisiaco lungomare, abbracciato dal sole più caldo. Se solo Dio sapesse cosa ho portato a termine.

No, mi sbaglio. Forse è proprio Dio l’unico a saperlo.

Ho sempre fatto questo lavoro. Scrivere per altri. Dare forza a voci sbiadite, a volte persino assenti. La prima esperienza non andò molto bene. Ricordo quella giornata in modo nitido, come se il tempo avesse voluto proteggerla da sé stesso. Ero alle medie e un compagno di classe mi aveva chiesto una poesia per riconquistare la fidanzatina. La poesia era piaciuta, forse troppo, perché la ragazza aveva dubitato subito del suo autore e così quelle dolci parole che dovevano riappacificarli, portarono alla definitiva rottura.. Oramai sono passati anni da quella prima mansione. Molti clienti mi hanno cercato, chiedendo quella merce preziosa che oramai ho affinato pressoché alla perfezione: l’anonimato. Scrivo per loro, lasciando uno spazio finale a che possano sfregiare della loro firma ogni mia creazione. A loro sta bene, a me anche. Ma questa volta è diverso. Lo spazio finale di questa storia fa più male del solito, fa riflettere e io odio riflettere.

“In questo libro si è spogliato della sua essenza. Per questo le fa male, signor F. Non ha semplicemente scritto un libro, ha spezzato una parte di sé stesso e l’ha messa in quelle pagine”.

Forse il dottore ha ragione. Forse questa volta ho sbagliato.

Il cellulare vibrò nuovamente. Il display si illuminò.

“Casello Lambrate. 10 minuti.”

Il tempo di prendere la giacca e mettere le scarpe ed ero in macchina. La mia audi A4 sapeva già la strada, la conosceva a memoria e avrebbe potuto tranquillamente guidare da sola, concludere l’ultima fase senza la mia presenza. Quando mi fermai nell’ampio parcheggio all’entrata dell’autostrada, la Porsche nera era già lì. Uscii come un automa dall’auto e mi avvicinai. Il finestrino scese. Una mano ben curata allungò una grossa busta, L’uomo disse qualcosa e io risposi. Presa la busta salutai con un cenno e mi voltai per allontanarmi. Fu allora che l’uomo si sporse dal finestrino, mostrando una piccola parte del suo volto alla luna piena: “la chiavetta”.

“Ah già…la chiavetta” Ritornai indietro e allungai il piccolo dispositivo.

Fino a quel giorno avevo venduto semplici creazioni, quella notte cedevo la mia anima.

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