Il messaggio è chiaro “Casello Lambrate. 20:00”.

Quelle parole, nella loro semplicità, nascondono un’ardua prova. Questa volta non devo sbagliare. Non posso.

Una goccia di sudore, gelida come lama d’inverno, mi trapassa la schiena. Alcuni dicono sia impossibile sudare freddo. Io sono di altro avviso. Sono quattro giorni, sedici ore e trentadue minuti che non esco. L’ultima volta il rischio era stato altissimo. Percettibile come il ronzio di una zanzara all’orecchio di un dormiente, pericoloso come il silenzio assordante di chi sa troppo.

“Casello Lambrate. 20:00” rileggo. Lui ci sarà, ne sono certo. Ha troppo da perdere per mancare all’appuntamento. Le mie parole sono la sua linfa vitale. Senza di me lui è il nulla più totale. Ma quello che fa tremare ogni cellula del mio corpo è il fatto che anch’io, senza di lui, non esisterei. Afferro le chiavi come in preda ad un raptus di follia, mi butto la giacca senza più pensare. Sono bravo a pensare e se lo facessi, rimarrei lì impalato, come una statua di ghiaccio, troppo fredda per sciogliersi, troppo pesante da spostarsi.

Mentre giro la chiave della macchina per avviare il motore, il mio cuore si contorce in uno spasmo e i polmoni si accartocciano, imprigionati da fiamme invisibili. Quella gelida lama di terrore liquido torna ad assillare la mia schiena. Piccole crepe della mia anima si stagliano senza sosta sullo specchietto retrovisore, mentre le ruote lisce dell’auto viaggiano sulla tangenziale. Sono sicuro che se aprissi ora la portiera, quello che resta d’umano in me, volerebbe via senza indugio. Passano interminabili minuti, secondi precisi e affilati come aghi acuminati. I fari illuminano finalmente la piazzola di sosta, punto d’arrivo della mia odissea. Lui mi attende li, come pensavo. L’oscurità avvolge il suo destriero. La luce dei miei fari illumina la giumenta impressa sul cofano. Scendo velocemente, non ho la forza di stare in quel luogo, non ho il coraggio di sentire quel vento. Allungo la mano e prendo la busta. Quando arriva il mio turno, quando sto lasciando cadere sul suo palmo avvolto dalle tenebre, la chiavetta usb, un’auto sfreccia a pochi centimetri dal mio corpo e una tromba d’aria mi piega. Il piccolo dispositivo vola via dalle mie mani e l’uomo lo afferra con un gesto fulmineo, evitando una rovinosa caduta. Il finestrino si chiude e l’auto corre via lontano. Io non so dove sono. Forse nella mia auto,forse già a casa o forse, non sono mai esistito.

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