Tutto è iniziato con un sentimento, il più puro e al contempo incosciente.

Lei era un raggio di sole che aveva aperto i miei occhi, una violenta turbolenza nell’animo di un uomo che ancora non conosceva sé stesso. Amavo il suo viso, le sue labbra carnose, i suoi occhi talmente azzurri da imprigionare un intero iceberg di passioni.

La prima volta che la vidi ero in quella tremenda fase della vita che chiamano adolescenza: una gabbia di ferro arrugginito oramai vicina al collasso. Per un attimo sembra cedere e assapori la libertà, l’attimo dopo torna stabile e riecheggia la prigionia.

Tutte le volte che vedevo il suo volto, il mio cuore riprendeva a battere, cercando ogni volta di sfondare quell’anatomico limite che lo teneva separato dal suo sorriso. La natura vinceva sempre e lui tornava ad assopirsi, aspettando il giorno seguente e la battaglia che un giorno avrebbe vinto.

Fu così che decisi di cambiare le carte in tavola e feci una mossa che mutò per sempre il mio destino. La lettera che le scrissi era un prelievo della mia essenza, l’esposizione nuda di una piccola parte della mia anima. Ricordo quelle parole in ogni loro sillaba. Creavano una melodia che avrei cantato per sempre, che senza accorgermene, sarebbe divenuta la mia voce.

Tuttavia, la codardia di un giovane innamorato fu più forte delle sue stesse parole. Non la firmai e non dissi mai a nessuno chi fosse l’autore. Avevo paura che la perfezione di quella cellulosa scomparisse al sentir pronunciare origini umane ed ero profondamente ammaliato da quella giovane donna, che fantasticava su chi l’avesse potuta comporre. Rimasi nell’ombra ad ascoltare e in quell’ombra risiedo tuttora. Essere un fantasma delle parole, un servo delle emozioni, fa sì che loro vivano per me, che rimangano perfette così come le ho concepite. Lascio ad altri lo spazio per firmare, perché so che dietro ad un fasullo sigillo, loro possono continuare a vivere libere. Quando giunsi nella piazzola di sosta, l’auto sbuffò. Scalai di marcia e mi accostai, spegnendo il motore. Lei arrivò subito dopo. Si avvicinò all’auto accostando e lanciò all’interno una busta. Io feci altrettanto e il piccolo dispositivo usb venne inghiottito dall’oscurità. Il suo viso era in ombra, ma io sapevo chi fosse. Quella donna aveva cercato per anni l’autore dell’amata lettera e oggi lo aveva trovato. Se ne sarebbe accorta solamente più tardi, di fronte al computer. A quel punto, io sarei già stato molto lontano. L’amavo ancora, ma non potevo dirle chi ero. Senza un nome, avrebbe potuto pensare ad infinite possibilità e le mie parole sarebbero state eterne.

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