Io non lo so come facciano i molluschi a sgusciare fuori, levarsi per un po’ la loro carcassa e essere soltanto carne floscia. Ma mi piacerebbe farlo per sentire che si prova a  sfregiarsi contro qualcosa  che sembra calcare e poi calcare i sassi sulla spiaggia duri come le ossa che non ho. Tirerei fuori tutte le mie parole flaccide come la mano che mi tieni in mano e che è umida di un umido strano, come se le sue dita piangessero la noia.

Mano-Umida ha anche una bocca. Umida pure quella, immagino. Ora la usa, sputacchiandomi addosso, per ripetere “Lambrate”, velocemente. Mi tiene stretto in mano e mi preme contro la pelle del volante come se, se mi lasciasse, rischiassi di volare dal finestrino dell’auto.  Magari potessi. Schegge, frammenti di me schizzati contro l’asfalto come in uno di quei quadri che qualche volta ho conservato nella mia memoria.  Parla tra sé e sé e beve tutte le liquide di Lambrate in un fiato come avrebbe voluto fare con tutte le gocce del Lambrusco, ieri sera. Ma poi il bicchiere di Lambrusco è scivolato via da quella mano grande e bianca di un bianco latte gelatinoso come quando il latte lo abbandoni su un ripiano appiccicoso di zucchero e il latte fa la pelle.

Gli avrebbero fatto la pelle stamattina se, prima del disastro, non mi avesse ingozzato di quella spazzatura che chiama scrittura dandomi la nausea e due pacche sulla schiena per farmi entrare tutto dentro quel buco polveroso.  Che grasse risate mi sarei fatto a vedere nei guai le sue grasse e molli mani che tanto detesto se solo non avesse salvato tutte le cartelle coi discorsi dentro di me, la sua chiavetta usb, prima di rovesciare tutto il vino sul computer. Prima che l’odore di rosso si spandesse a lampi friggendo i circuiti del portatile così bene che, a leccare le lettere della tastiera, sarebbero sembrate patatine.

Arriviamo, posteggia, mi pulisce dal suo sudore passandomi sopra il suo maglione soffice di lana scadente e sento il suo torace vibrare mentre dice “Cazzo, se si è fatto la Porsche è tutto merito dei discorsi che gli ho scritto io”. Poi è una busta a prendere il mio posto nella mano, io vado nella mano di un altro, contro un callo minuscolo e giallo là dove il medio sta per finire e faccio appena in tempo a vedere Mano-Umida ripartire con l’auto prima di cadere da questa nuova mano e ritrovarmi sfracellato sull’asfalto.

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2 comments

  1. Scriviamo le nostre procedure, noi, per costringerci a rispettarle. Abbiamo un manifesto. Un po’ di regole. Qualche dictat. Ma abbiamo anche abbastanza neuroni (allenati e più elastici di ginnaste adolescenti), per farne coriandoli, alle volte. Ecco perché Eudai è arrivata qui al volo, ancora prima di parlarle, di vederla, di leggere tutti i suoi esercizi. Ecco perché il luuuungo nick di Eudai è il suo e non è il nostro. 😉

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