Come al solito, Carlos aveva fatto tardi. Un po’ per l’ansia, un po’ pel suo disordine cronico, non era riuscito a fare in modo di partire con debito anticipo per arrivare in orario a quell’appuntamento. Si stava giocando un’opportunità importante. Lo sapeva? Ne teneva conto?

Sul punto d’uscire, aveva avuto fame. E, allora, s’era preparato un panino ripieno di salse, colanti e multicolori, che non sapeva di nulla. Chiudendo la porta, poi, si sbrodolò addosso e si pulì il bavero con la mano, ungendosi. Scese. Nell’androne, mostrò al portiere l’interno della sua bocca, ripieno d’un impasto indecifrabile, gridando: -Ciao!

L’auto era in riserva. Osservando la spia rossa, Carlos pensò contemporaneamente sia che la benzina gli sarebbe bastata, sia che avrebbe trovato un distributore, sia assolutamente nulla di tutto questo se non ad accendere la radio, continuando ad ungere nel frattempo manopole, volante e cambio.

Quell’incontro lo metteva in agitazione. Mentre guidava ripassò tutto il testo a memoria. Aveva letto e riletto, cercando su Google, nei siti degli editori, negli scritti di Umberto Eco, tutti i consigli dedicati agli aspiranti scrittori. Aveva considerato il problema delle d eufoniche, che nessuno d’altra parte risolveva in modo chiaro e definitivo, oppure la trappola infìda del qual è, che va scritto senza apostrofo. Aveva ripassato tutto, ma aveva lo stesso il terrore che il suo testo apparisse scarso, e aveva paura d’avere usato troppe metafore banali, frasi fatte, o d’averci infilato troppi avverbi e aggettivi, in quel testo, e d’averlo insomma farcito come il panino che stava ancora ingoiando.

Comunque, a parte tutto, di una cosa era sicuro: da qualche parte aveva sbagliato. Ma dove esattamente?

Arrivò, senza accorgersene, al casello. Stranamente aveva gli spiccioli. Li fece cadere nel cassetto e la sbarra s’aprì. A quel punto, ormai in vista del parcheggio, un altro, gravoso problema gli si parò d’innanzi, un ostacolo davvero insormontabile, che per il momento metteva da parte i suoi rovelli ortografici.

Che macchina era una Porsche? Com’era fatta? A Carlos Bascoso non erano mai interessate le automobili ed ora stava per essere punito di questo suo disinteresse. Senza dubbio era una macchina costosa. Doveva stare tranquillo. L’avrebbe riconosciuta facilmente. – Sarà tipo una Ferrari.

Parcheggiò, mentre il suo cuore sbatacchiava da parte a parte, disturbandogli i polmoni, il fegato e tutte le altre frattaglie.

Fu allora che la vide. Nerissima, come se fosse il suo destino da sempre in agguato, un’automobile si parcheggiò dentro lo spazio accanto a lui. Era la Porsche.

Maicol scese dall’auto. Aveva i muscoli gonfiati e i capelli a spazzola. Nel salutarlo, quasi gli stritolò la mano. Poi lo fissò, con i suoi i occhi superiori e crudeli. Carlos ripassò un’ultima volta dentro di sé il testo, come coloro che, morendo, vedono scorrere davanti a loro tutta la vita. Si perse, così, il discorso che quel Big Gim aveva voluto fargli. Ascoltò solo, in fine: – … per tanto chiedo affidabilità e serietà. Poi Maicol aprì la sua ventiquattrore e ne estrasse una busta. Carlos tornò in macchina a prendere l’USB.

Afferrata la chiave, Maicol gli strinse ancora la mano e ripartì.

Rimasto solo, Carlos trasse un lungo respirò e rientrò nell’auto. Ormai era fatta. Allora si ricordò dell’invito a pranzo di suo cognato, a casa di sua sorella. Provò a telefonare, ma nessuno rispose. Riprovò ancora, più volte. Alla fine, scrisse un messaggio. Andate tutti in culo, stronzi. Trattenendo a stento un sibilo d’entusiasmo schiacciò invio e partì poi veloce in direzione dell’idroscalo.

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