Il casello [Humour di Marina Cuollo]

Da Ghostwheels81:

Oggetto: Casello di Lambrate

Gentile Sig. G.,
con la presente per comunicarle che il lavoro è stato ultimato nei tempi previsti dal contratto. Lo scambio avverrà alle ore 21:00 al casello di Lambrate. Non ci siamo mai visti, è vero, ma le assicuro che mi riconoscerà, la mia statura non ammette equivoci.

Cordiali saluti.

Sig.na M.

 

Faccio la scrittrice. Lo faccio da anni, ma non conosco i miei clienti, almeno non a fondo. Raccolgo solo le informazioni necessarie e lo faccio per scelta, ma anche per necessità. Mi interessa portare a termine il lavoro. Punto. Il fatto è che amo essere professionale, tutto qui. E poi, in determinati casi il pregiudizio corre spesso sul filo del rasoio, specialmente nel mio di caso. E poi less is more. E poi… e poi niente, mi preparo all’incontro, USB in tasca e Volkswagen già col pieno di benzina.

Chiudo la porta e mi avvio verso il pianerottolo. La coppia del quarto piano monopolizza l’ascensore, di nuovo. Quando quei due litigano, non c’è sguardo da lemure indifeso che tenga, e a me tocca aspettare. Scale? No, impossibile.

Arrivata nel vialetto, salgo in macchina, il tempo di una chiacchierata con Siri per le indicazioni e sono già sull’autostrada. Raggiungo la destinazione in perfetto orario. Il misterioso cliente, un uomo alto e di bella presenza, sta appoggiato alla portiera dell’auto e si guarda intorno in cerca della sottoscritta.

«Salve sono io, M. Le ho portato quanto stabilito.»

Mi guarda, abbassa gli occhietti e ci rimane, manco avesse visto un alieno.

«Prontooo? Qui pianeta terra.»

A quel punto esce dal coma e sposta la visuale sulla mia faccia.

«Ehm…» – si scusa – «ma è una carrozzina?»

«Questa dice?» – tocco le ruote –  «Noo, macché scherza, è una comoda, che stamattina non avevo ancora fatto la cacca.»

Lo vedo che non capisce, il pover uomo e allora riprendo con un più morigerato «Comunque sì, è una carrozzina.»

«Ma veramente io non immaginavo che tu….»

L’utilizzo del “tu” arriva puntuale, e la mia stoccata pure.

«Non SI preoccupi, sulle ruote c’è il mio culo non il mio cervello, e LE assicuro che ho usato quello per terminare il lavoro… Il cervello, non il culo» – preciso a scanso equivoci, non mi sembra un tipo sveglio.

Il suo sguardo passa dal disagio al fastidio, fino a raggiungere un mezzo sorriso.

«Non mi aspettavo una lingua così tagliente.»

«Bè sa, il mondo mi vuole sempre incazzata perché sto su una sedia a rotelle, mi dispiacerebbe deluderlo.»

Ride. Io pure. Gli porgo l’USB e lui ricambia con la busta. Nel salutarlo gli stringo la mano con una certa sicurezza e l’ultima briciola di imbarazzo sparisce completamente dai suoi occhi.

Un messaggio sul cellulare interrompe il commiato: “Le confermo l’incontro per le 23:00. Sig.ra C.”

«Mi scusi ma devo proprio andare, un altro cliente mi aspetta.»

Un ultimo saluto e mi dirigo verso la Volkswagen. Direzione, casello di Rovato.

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5. Humour Esercizi di stile

Senza la A [del fantasma-madre]

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Poco meno di un mese indietro, di notte, nel letto, cotto come un kiwi, mentre rileggo Nick Flynn con un occhio su e uno giù, sento un doppio bip. Sullo schermo c’è un cosino verde: è un sms.

Un occhio sul proiettore rosso sul soffitto mi dice che sono le tre e dodici minuti. Chi è che mi scrive un sms? Chi è lo stronzo che mi rompe i coglioni nel mezzo di Flynn? Sfioro il verde che subito si spegne e per un pelo non muoio. Vedo il suo nome, o meglio: vedo le tre X che ho inserito per tenere in mente lui, il mio numero #13, per dirmi di non rispondere, di non leggere, di non cedere.

E invece cedo. L’sms contiene sei righe di istruzioni. Sei fottutissime righe di istruzioni che non si possono eludere e che io dovrò seguire come un fottutissimo robot.

Di nuovo? Mi chiedo, come se servisse chiedere.

Di nuovo, è evidente, come è evidente che lo stronzo si diverte, con me. Si è sempre divertito. Invece io no, io non mi sono divertito un secondo con lui nello scrivere le sue merde, nel prendere i suoi soldi, nel rispondergli, nel fingere che fosse tutto ok, che ci stessi, che fosse uno sgobbo e stop. Che non ne fossi complice, che non mi sentissi coinvolto. E colpevole.

Ho smesso di nutrirmi, di dormire, di essere lucido. Oddio forse lucido non è il termine giusto, per uno che vive solo sotto psicotropi, per un junkie come me, per un coglione come me.

Se torno indietro solo di sei o sette mesi, ero il più figo, il più sexy e il più retribuito dei ghostwriter del vecchio continente. Duecento testoni per libro, zero sconti, zero quote: con tutti quei premi, vorrei vedere, dicevo. Io scelgo, dicevo, tu obbedisci, se mi vuoi, oppure niente, dicevo. Fiction, niente zuppe, solo fiction di livello, un genere solo, unico, no-frills. Dritto come un treno merci, dicevo. Dicevo solo il meglio, solo Dom Pérignon, frozen, nel mio frigo, solo modelli, nudi, dicevo, nel mio letto King size, nel mio loft, io non vengo, dicevo. Dicevo e non oltre il sorgere del sole, fuori di qui, devo scrivere, dicevo, bye-bye, dicevo, ti telefono, ti scrivo, mi trovi online, dicevo. Dicevo un giorno smetto, ne scrivo uno mio, prendo un premio, mi ritiro, questo è l’ultimo, dicevo, poi mollo, un thrillerino e stop, dicevo, un noir veloce

Oggi invece sono solo un coglione, un povero coglione che non vive se non si distrugge. Un coglione che non è più nemmeno un vero ghostwriter.

Solo un inutile copy. Solo. Stufo di vivere. E sepolto di debiti.

Dovevo solo mettere ordine, un po’ di editing e stop, sulle sue note, forse due o tre post per il suo sito e stop, credevo. Poi il tizio mi dice che vuole un nuovo genere, mi chiede se ci sto e io dico ok, certo, come no. Mi chiede di descrivere delle foto e lì per lì non mi preoccupo: uno sgobbo veloce e pulito, nessun nome, zero problemi. Vedo le foto e mi rendo conto: solo morti, feriti, torture, chiodi, coltelli. Gli telefono e gli dico che non ci sto, lui esplode, fuori come un fottuto junkie, e io cedo. Perché ho ceduto? Perché sono un coglione. Sono lo stesso coglione di sempre.

Sono uscito presto per vederlo, prendere i suoi soldi (rossi e merdosi) e finire il mio impegno. Ho un USB. Non dirò niente. Solo un cenno. Un USB contro un plico di euro. Uno schifo. Uno schifo che gioco con le sue regole. È qui. Eccolo. Vedo il suo mezzo, nero. Lussuoso. È un ingegnere lui, uno privo di sospetti, uno pulito, fuori. E putrido, dentro. Ci sono. Consegno l’USB, ricevo il plico. Non scendo nemmeno. Lui retrocede. Io sgommo. Sono un coglione. Uno schifo. Un rifiuto. E lo so benissimo.

10. Senza A Esercizi di stile

Il Casello [Noir, di LoMo]

(Premessa: era tanto che non ci veniva voglia di pubblicare un pezzo.)

Uno, uno, due, tre, cinque, otto.

Per scansare il terrore ripeto i primi numeri della serie di Fibonacci: ogni numero è la somma dei due precedenti. Intorno, buio pesto. Il freddo taglia come un cristallo. Salgo in macchina. Sto andando a incontrare il cliente e so che anche la mia vita è una serie numerica. Ma non prevedibile. Il prossimo numero è una roulette russa. Cerco di escludere dal campo visivo l’auto che mi segue.

Prendo l’autostrada per Milano, la mia città scivola alle spalle. Tra due ore esatte appuntamento al casello di Lambrate – mi ricorda il promemoria sul telefono. Nebbia, i tubi spettrali della centrale termica. E quell’auto che mi segue. In quale assurdo casino mi sono ficcato.

“Mi scriva un thriller”.

Strana richiesta. Di solito ti danno almeno uno spunto, un abbozzo di trama. Stavolta no: carta bianca. Il cliente era stato chiaro: un thriller. Per il resto, la storia e i dettagli e l’adrenalina, quelli erano tutti cavoli miei. Così ho chiamato un’amica giornalista che scrive di nera e le ho chiesto una mano. Tanto per tirar su qualche idea. Tanto per fiutare un po’ l’ambiente e non pescare solo dai libri. Detto, fatto. E il vortice mi ha risucchiato. Prima ero uno scrittore. Ora sono uno scrittore nei guai.

Ci ripenso mentre la macchina sfreccia e macina buio.

Dopo la richiesta, in poco tempo, come lungo un piano inclinato, il noir ho iniziato a frequentarlo. Ci ho messo un piede, poi tutti e due, poi ci sono cascato dentro fino al collo. Volevo osservare tutto da vicino: i fiumi di coca su tavoli in noce massello sotto soffitti a cassettoni, le Beretta 92 in tasca, le donne dannatamente belle e distrattamente sposate, i figli dei politici, la città bene che di notte tira fuori artigli da tigre.

Ho visto e scritto tutto, anche quelle storie che i cronisti, se ci tengono al posto e alla pelle, di solito si tengono per sé. Ora sto andando a consegnare il pacco al cliente. Un pacco esplosivo.

Ho fatto, devo ammetterlo, un gran bel lavoro. Peccato solo per quel piccolo dettaglio dell’auto che mi segue.

Arrivo al casello, in anticipo. Dopo una decina di minuti arriva anche il cliente, a bordo di una Porsche nera. Scambiamo scarne battute. Gli do la chiavetta Usb, lui mi passa la busta. Quanto basta per andarsene.

Il cliente riparte subito. Io resto fermo in macchina un istante, prima di rimettere in moto. Nel buio intuisco l’ombra del predatore. Non fosse per lui potrei guidare verso casa disteso. Invece ho tutti i muscoli pronti a scattare.

1. Thriller/Noir

Il Casello [Drammatico, di 2171601]


Essere vittime è destino, essere colpevoli è creazione: quando la vita non basterebbe a far scorrere tutte le lacrime che si hanno dentro, a qualcuno viene l’idea di aprire nuovi varchi.

Scrivere è essere artigiani: si maneggiano strumenti tondi, caldi, leggeri, volatili. Ma a volte si usano punte, affilate, taglienti, roventi, infette. Lo scrittore ne aveva usate troppe di parole, e ce le aveva ormai smussate. Ma quelle che stendeva continuamente erano piene di ruggine, e la ruggine l’aveva ammalato.

In macchina, magro e intrizzito, l’autoradio accumulò tristezza. Era uno schema insopportabile, una verità insostenibile, una regola terribile e tragica: vivere la fatalità sarebbe stato maestoso ma superbo. Si avvicinò a lei, si scambiarono i motivi per cui erano lì, al casello di Lambrate, e di fronte a un preservativo gialliccio e smorto, e a tutta la vita che c’era lì dentro, pensò che tutta quella vita, non sarebbe bastata a risarcire di un solo millesimo della morte in vita che il suono della portiera della Porche scoppiò nel suo cuore. Il cuore batteva ancora forte dell’inerzia profonda e insaziabile di chi si aggrappa alla vita disperato, quando sporco di sangue, lasciò andare il mondo gli occhi e tutto.


4. Drammatico

Il Casello [Cronaca, di 2171601]


MILANO – Nuovi dettagli riaprono lo scenario sull’omicidio che lunedì scorso ha sconvolto la città: la politica sostiene il lavoro della magistratura ed il sindaco sta pensando di proclamare il lutto cittadino. Nessuna informazione ancora sull’assassino che da una prima ricostruzione della polizia avrebbe barbaramente sgozzato senza apparente motivo M. L. (38 anni) ribattezzato dalla cronaca “lo scrittore”, dopo averlo seguito in un suo appuntamento di lavoro. La vittima, un professionista dell’area milanese, è stata decapitata con un’arma non ancora ritrovata (forse un coltello da caccia, o un rasoio), nei pressi della piazzola di sosta del casello di Lambrate. Mentre si tenta ancora di fare luce sulle cause del delitto, da fonti vicine agli inquirenti trapelano i primi risultati delle indagini, condotte anche grazie all’ausilio delle telecamere installate nei pressi del casello e della sua abitazione: secondo una prima ricostruzione, infatti, l’uomo sarebbe uscito di casa alle 9 e 30 del mattino, seguito a pochi passi di distanza dal suo assassino che, senza essere visto, lo avrebbe seguito in un’auto a poca distanza. Dopo avere raggiunto il casello di Lambrate, dove diversi  testimoni riportano che lo scrittore si sarebbe recato per un appuntamento di lavoro, l’uomo avrebbe ricevuto un compenso per una prestazione ad una sua cliente che, interrogata dagli inquirenti, non sembra al momento essere stata iscritta nel registro degli indagati. Alle 10.10, pochi minuti dopo il suo arrivo, lo scrittore sarebbe rientrato in macchina, seguito dal suo aguzzino. A disposizione degli investigatori le immagini scioccanti che testimoniano gli ultimi attimi di vita della vittima: istanti che, a giudicare dalle prime immagini, non sembrano presentare attimi di tensione. Non uno sguardo tra i due, né prima di entrare in macchina, né prima del delitto: questo il dettaglio più anomalo su cui si concentrano gli sforzi d’indagine di queste ore.


1. Thriller/Noir

Il Casello [Noir, di 2171601]


Lo scrittore esce di casa, chiude porte come fossero catene. Oltre l’orto, avanti casa, perde in terra la chiave. Si china. Potrei prenderlo ora. La macchina non parte. Potrei prenderlo ora, sarebbe un buon momento ora. La sua macchina parte, la mia pure. Seguo lo scrittore sull’asfalto ancora umido di notte, col sole che mai lo asciugherà. La mia macchina odora di velluto. Polvere e velluto. Domani la lavo. Il casello odora di freddo mattina, vola polvere e il vento alza carte, una bustina rossa è ferma, appiccicata all’asfalto. Una patatina dentro, guarda l’autostrada, le macchine sfrecciano, rallentano di botto. Un preservativo. La sbarra è alzata. Passano i camion, il casellante è grigio nella camicia blu. La Porsche è ferma, a viso cattivo lampeggia, altéra e femmina. Lo scrittore scende, saluta, prende una busta marrone. Ha in mano la mia chiavetta. Lo scrittore sorride, dieci parole, china il capo, saluta. Entra in macchina. Io pure. Mette le mani in tasca, si volta, mi guarda, mi guarda? Ha la faccia tirata, una grinfia in volto, tesa tra le rughe, tirata di paura. Si vedono i denti. Ho la testa tra le mani, di sudore e sebo, mi riempie i palmi, da parte a parte, il collo, mi offre, come pane scorza molle e dentro duro. Il rasoio pensa sia di cioccolato. Mentre sento la vita che scorre calda sulle mani, lo scrittore guarda la busta. E’ appiccicosa, la vita. Lo scrittore cade, lo scrittore è morto. Appiccica. Merda.

(Dell’autore non si sa nulla)


1. Thriller/Noir

Il casello [Inverso, di Tagliente Secondo]

Ne ero certo: avrei cominciato a lavorare per The Ghost Writer Gang. Mentre ripartivo da Milano, per tornarmene a casa e fare gli stessi quattrocento chilometri che avevo già fatto il giorno avanti, pensai proprio che era fatta, e che per quanto riguardava la mia prova non avevo nulla temere, avendo dato sfoggio di tutte le mie abilità nell’affrontare i nove stili richiesti: il thriller, il drammatico, la cronaca, il mental coach, impuntatomi sin dal principio a trovare per ognuno delle soluzioni diverse, per le quali essi – i fantasmi – restassero impressionati, così ch’era stata, la mia, una prova d’assalto, per così dire, nella quale avevo voluto inserire più variabili possibili: l’ora, la stagione, l’età, il sesso, i nomi sempre gli stessi che poi si volgono e cambiano, una prova pulita, perfetta, compiuta in sé stessa come una miniatura, tanto che non avrebbero potuto, di lì a poco, non considerarmi dei loro e dirmi: – sei dei nostri, sì, sissignore, proprio così pensai, dando un’ultima occhiata dallo specchietto retrovisore alla Porsche nera che si portava via l’USB con il mio lavoro, insieme al ragazzo che, borbottandomi qualcosa, un minuto prima mi aveva lasciato una busta smilza che ora rischiava di scivolare tra il seggiolino del passeggero e la portiera dell’auto, quella bustina bianca che mi fece quasi uscire di carreggiata, per guardarla, mentre imboccavo la strada all’inverso, vicino al casello di Lambrate, per poi ripassare davanti al portone da dove ero uscito solo poche ore prima per recarmi all’incontro, e ripassare di lì proprio mentre il portiere pachistano, annoiato, usciva sulla soglia a fumare una sigaretta e mentre che io, novello ghost writer, salutando dentro di me l’amica che mi aveva generosamente ospitato tra le sue lenzuola la notte prima, salutavo soddisfatto la città di Milano.

8. Inverso