Il Casello [Drammatico, di 2171601]


Essere vittime è destino, essere colpevoli è creazione: quando la vita non basterebbe a far scorrere tutte le lacrime che si hanno dentro, a qualcuno viene l’idea di aprire nuovi varchi.

Scrivere è essere artigiani: si maneggiano strumenti tondi, caldi, leggeri, volatili. Ma a volte si usano punte, affilate, taglienti, roventi, infette. Lo scrittore ne aveva usate troppe di parole, e ce le aveva ormai smussate. Ma quelle che stendeva continuamente erano piene di ruggine, e la ruggine l’aveva ammalato.

In macchina, magro e intrizzito, l’autoradio accumulò tristezza. Era uno schema insopportabile, una verità insostenibile, una regola terribile e tragica: vivere la fatalità sarebbe stato maestoso ma superbo. Si avvicinò a lei, si scambiarono i motivi per cui erano lì, al casello di Lambrate, e di fronte a un preservativo gialliccio e smorto, e a tutta la vita che c’era lì dentro, pensò che tutta quella vita, non sarebbe bastata a risarcire di un solo millesimo della morte in vita che il suono della portiera della Porche scoppiò nel suo cuore. Il cuore batteva ancora forte dell’inerzia profonda e insaziabile di chi si aggrappa alla vita disperato, quando sporco di sangue, lasciò andare il mondo gli occhi e tutto.


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4. Drammatico

Il casello [Drammatico, di Tagliente Secondo]

Mio padre morì il 13 dicembre, verso le due del pomeriggio. Un infarto. I miei familiari riuscirono a contattarmi soltanto il giorno dopo, quando ormai avevo appena il tempo di raggiungere il paese per il funerale. Mentre ascoltavo la voce di mio cognato al telefono, mi sentii stritolare nella morsa tagliente di due incombenze, schiacciato nel mezzo all’affetto per due vecchi uomini che mi avevano voluto bene e che mancavano insieme, in modi diversi.

Michele Bianucci, ch’era stato il mio professore di letteratura italiana all’Università, era stato colpito da un ictus qualche mese prima. Nonostante i novant’anni, il professore era ancora vivo. Gli avevo promesso che avrei scritto per lui e avevo promesso di terminare il testo entro il 14. Se avessi tardato, l’editore avrebbe avuto da ridire. Non ebbi scelta. Per mio padre, ormai, non c’era più niente da fare.

Prima d’uscire di casa ingoiai uno Xanax. Michele, da quando aveva avuto il colpo, era infermo, paralizzato per metà, inchiodato sulla poltrona. Avevo accettato di scrivere per lui la presentazione di un libro su Ungaretti. Sapevo benissimo che cosa avrebbe detto in quel caso e come avrebbe scritto. Ero in grado di imitare il suo stile alla perfezione. Potevo pensare come lui pensava. E poi, la sua famiglia mi conosceva bene, e si fidavano. Quel giorno, dunque, aspettavo sua figlia vicino al casello di Lambrate, intorno alle quindici.

Eravamo a metà luglio e a Milano, letteralmente, si moriva di caldo. Ovviamente non stavo bene. Rientrai più volte in casa a prendere una volta l’USB, una volta il telefono, e tutte le volte dovevo lottare di nuovo col cane che s’impuntava a voler uscire. Alla fine, lasciai lì le sigarette.

Una volta in macchina raggiunsi in fretta il casello. Mentre il casellante mi contava il resto, un ritornello martellante, da una radio all’interno, mi entrò nella testa. Nel frattempo, mi chiamò mia sorella. – Giancarlo, mi disse, hai sempre fatto quello che ti pare. A questo punto, che tu ci sia o no, per noi, non fa nessuna differenza.

Quando arrivai, la figlia del professore era già lì che m’aspettava. Mi fece le condoglianze. Anche lei aveva le occhiaie pesanti, ed era vestita in modo sciatto. Sarebbe stata una bella donna. Secoli fa le avevo fatto, invano, la corte. Lei aveva resistito discretamente alle mie timide avances e i nostri rapporti erano rimasti buoni. Le diedi la chiave USB e lei, frugando nella sua grande ed orrenda borsa di cuoio, mi diede una busta, di quelle col bordo rosso e azzurro, per la posta aerea, col timbro dell’editore. – Scusa, quasi mi dimenticavo, borbottò, aggiungendo qualcosa che non distinsi.

Le strinsi la mano e la salutai. Rientrando in macchia richiamai mia sorella. Non mi rispose. Allora spensi il telefono e partii lentamente, pensando a dove potessi trovare un tabacchino lì intorno.

4. Drammatico

Il casello [Drammatico, di Ninja]

“È finito”.

Nonostante fossero passati già tre giorni, stentavo ancora a crederci.

“È finito”. Incredibile come due parole così semplici possano creare un subbuglio emotivo di proporzioni cosmiche. Mettere la parola fine ad un progetto del genere è come riprendere a respirare a pieni polmoni. Abbandonare l’aria rarefatta di un mondo ostile e privo di luce, per un paradisiaco lungomare, abbracciato dal sole più caldo. Se solo Dio sapesse cosa ho portato a termine.

4. Drammatico

Il casello [Drammatico, di Alfa]

Perché perdi tempo a lamentarti? Perché polemizzi? Perché scurisci di due toni le immagini? Perché in un soffio di vento vedi una tromba d’aria e in una tromba d’aria un cataclisma biblico? Perché appesantisci anche le piume, zavorrandole di ripetizioni e pause e dettagli grevi e inutili e pedanti? Perché tutti quegli aggettivi? Uno in fila all’altro, carichi di ansia e peso e fatica?

Perché se una cosa non la ripeti, almeno tre volte, enfatizzandola, pensi di non esser sentito?

4. Drammatico