Il casello [Drammatico, di Tagliente Secondo]

Mio padre morì il 13 dicembre, verso le due del pomeriggio. Un infarto. I miei familiari riuscirono a contattarmi soltanto il giorno dopo, quando ormai avevo appena il tempo di raggiungere il paese per il funerale. Mentre ascoltavo la voce di mio cognato al telefono, mi sentii stritolare nella morsa tagliente di due incombenze, schiacciato nel mezzo all’affetto per due vecchi uomini che mi avevano voluto bene e che mancavano insieme, in modi diversi.

Michele Bianucci, ch’era stato il mio professore di letteratura italiana all’Università, era stato colpito da un ictus qualche mese prima. Nonostante i novant’anni, il professore era ancora vivo. Gli avevo promesso che avrei scritto per lui e avevo promesso di terminare il testo entro il 14. Se avessi tardato, l’editore avrebbe avuto da ridire. Non ebbi scelta. Per mio padre, ormai, non c’era più niente da fare.

Prima d’uscire di casa ingoiai uno Xanax. Michele, da quando aveva avuto il colpo, era infermo, paralizzato per metà, inchiodato sulla poltrona. Avevo accettato di scrivere per lui la presentazione di un libro su Ungaretti. Sapevo benissimo che cosa avrebbe detto in quel caso e come avrebbe scritto. Ero in grado di imitare il suo stile alla perfezione. Potevo pensare come lui pensava. E poi, la sua famiglia mi conosceva bene, e si fidavano. Quel giorno, dunque, aspettavo sua figlia vicino al casello di Lambrate, intorno alle quindici.

Eravamo a metà luglio e a Milano, letteralmente, si moriva di caldo. Ovviamente non stavo bene. Rientrai più volte in casa a prendere una volta l’USB, una volta il telefono, e tutte le volte dovevo lottare di nuovo col cane che s’impuntava a voler uscire. Alla fine, lasciai lì le sigarette.

Una volta in macchina raggiunsi in fretta il casello. Mentre il casellante mi contava il resto, un ritornello martellante, da una radio all’interno, mi entrò nella testa. Nel frattempo, mi chiamò mia sorella. – Giancarlo, mi disse, hai sempre fatto quello che ti pare. A questo punto, che tu ci sia o no, per noi, non fa nessuna differenza.

Quando arrivai, la figlia del professore era già lì che m’aspettava. Mi fece le condoglianze. Anche lei aveva le occhiaie pesanti, ed era vestita in modo sciatto. Sarebbe stata una bella donna. Secoli fa le avevo fatto, invano, la corte. Lei aveva resistito discretamente alle mie timide avances e i nostri rapporti erano rimasti buoni. Le diedi la chiave USB e lei, frugando nella sua grande ed orrenda borsa di cuoio, mi diede una busta, di quelle col bordo rosso e azzurro, per la posta aerea, col timbro dell’editore. – Scusa, quasi mi dimenticavo, borbottò, aggiungendo qualcosa che non distinsi.

Le strinsi la mano e la salutai. Rientrando in macchia richiamai mia sorella. Non mi rispose. Allora spensi il telefono e partii lentamente, pensando a dove potessi trovare un tabacchino lì intorno.

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4. Drammatico

Il casello [Sensoriale, di Tagliente Secondo]

l’uomo afferra il mento aguzzo tagliente sinuoso come un cuneo interstellare della giovane moglie chinandosi sulla sua bocca scolpita nel diaspro a cozzare KONK con le sue labbra di basalto

sulla lama tesa e tagliente TZ – TZ delle labbra di lei che divide di netto TZÀ estraendo e conficcando la lingua dentro la cavità orale che SLURP (ciuuuuhà) s’apre a riceverne i guizzi e la bavosa avidità

riconquistata la posizione eretta l’uomo esce di casa sbattendo STONCH! la porta con calibrata virilità

fuori il sole fa SCHIÀF e ZAF tra le pozzanghere e il volto lucido di questo maschio invincibile che come un pannello solare assorbe fotoni ed espelle elettroni ZZ irradiando ZZ potenza e energia nei dintorni così: ZZZZZZZXH – ZZZZZ X H; ZZZZZZZXH – ZZZZZ X H; ZZZZZZZXH – ZZZZZ fin quando chiuso nell’abitacolo il rombo

RTATÀ ROAM, BRUM-BRUM

dell’auto RHR RHR

che accelera più volte trattenendo il freno alla partenza

non rilascia in fine il veicolo RUÀV! verso l’ignoto in un hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

mentre la lamiera surriscaldata tonifica il corpo dell’uomo tornito come quello di belva

la donna sfonda il casello di Lambrate, brillante nel caldo del sole come una cometa spettinata – colei che è come Dio, e per la quale egli ha scritto e scriverà questa volta soltanto, l’unica volta, quella per tutte le volte

allora, nel mezzogiorno dell’estate il sole esplode e rimbalza BOING BOING sulle carrozzerie scintillanti della fila infinita al casello GHÈ GHÈ – mentre i rotori dei motori diffondono rumori nell’aria umida densa dei colori più morti e il guardrail che vibra nell’eccitazione del calore sibila lungo la carreggiata, come un bordone che s’accosta al movimento trattenuto delle ruote dei veicoli incollati all’asfalto

e la radio, sbrodolandosi dai finestrini, accompagna vorace la corsa dell’uomo e fa:

ràhah-ah-àh! – roma-mamà!- gàga-oh-la-là!

alle 12 e 15 le due Porsche entrano insieme nel parcheggio FHH ronzando

smorzando sincronizzate il loro impeto incosciente

e spengono insieme il motore nel solito istante: SILENZIO.

L’uomo e la donna escono – un due e tre, un due e tre – e allora l’uomo, avvicinandosi, infila la chiave nella tasca di lei, mentre lei fa scivolare LHFFF la busta bianca nella discesa della mano aperta di lui.

Sono le 12 e 20. Il sole spacca le pietre e strizza gli umori dai fori, mentre un uccello gridando TRÈCH ÈÈCH sbatacchia volando e loro si stringono la mano con un rumore sordo di consapevolezza e soddisfazione per poi ripartire entrambi in direzioni divergenti ed opposte: l’uno verso il tramonto, l’altra verso l’alba ancora in potenza.

7. Sensoriale

Il casello [Mental Coach, di Tagliente Secondo]

Ti è stato affidato un compito. Perfetto. Tu sei in grado di fare ogni cosa.

Ascolta. Poggerai la tua mano sul foglio e la penna scivolerà sul campo bianco, decorando la pagina. Le tue frasi scorreranno come scorre un ruscello a primavera in alta montagna e il sole illuminerà il foglio immacolato che va raccogliendo il seme della tua felicità. Quando avrai finito, rinfrescato dall’esercizio del tuo talento, ribatterai il testo al computer e la sua luce azzurrina ti cingerà di un fascio angelico nella notte.

Tu sei forte. Tu sei il migliore. E lo sai. Non hai avuto bisogno di compiere nessuno sforzo; tutto ti è stato dato così, gratuitamente. Ripeti con me: io sono io. Tutto è con me. Non avrai altro Dio all’infuori dell’Io. Vivi. E vinci. Yes, you can.

Poco prima dell’orario concordato uscirai di casa, immergendoti nella sorgente battesimale dell’aria fresca di maggio. Salirai in macchina, girerai la chiave. Allora, il rombo del motore ti parlerà della tua potenza virile e ti sentirai eretto, brillante, saldo, come l’incarnazione della tranquillità.

Il tuo navigatore satellitare è impostato correttamente. Attraverserai le strade di Milano con l’andatura invincibile di chi sa perfettamente cosa vuole e cosa fa. La tua è una coscienza superiore. Tutto ti sfila accanto, e tutto a te s’inchina. Puoi volere ogni cosa, pretendere, ottenere, ma sopratutto vuoi portare a termine il compito che ti è stato assegnato.

Non devi far altro che abbandonarti alla voce di Lucie. Immagina la sua bocca metallica mentre scandisce quelle parole così sensuali: guidi per oltre 3 kilometri, con quelle sue irresistibili conclusioni mai concluse, quelle sue pause innaturali, quell’accento un po’ robotico che ne delinea tutta la perfezione sovrumana. Immagina la tua compagna virtuale e con lei di avere una vita piena e totalmente soddisfacente. Ella è priva di difetti e problemi. Ella è l’immagine della felicità disincarnata ed è lì con te. Per te. Devi soltanto sintonizzare il tuo spirito sulle frequenze di lei. A quel punto, come dice Gesù Cristo, non dovrai più preoccuparti di quello che dirai, perché lo Spirito stesso parlerà attraverso di te.

L’incontro con il cliente sarà breve, perfetto, preciso. Sincronizzati, entrerete insieme nel parcheggio e spegnerete il motore nel solito istante. Allora guarderai la Porsche del tuo cliente e ti vedrai riflesso nella sua carrozzeria. La tua immagine incoronata dalla luce dovrà apparire eterna e sensuale come quella di un moderno Messia.

Tutto si svolgerà come in un rituale. Il cliente ti passerà la busta, tu gli consegnerai il tuo lavoro. Scambierete forse due parole, come formule di circostanza, messaggi che non hai bisogno né di conoscere né di conservare, tanto sono volatili, innati, superficiali. Tutto ciò non ti appartiene. Devi trascurarlo.

Dopo di che, ripartirai. Ancora una volta il motore della tua auto ti parlerà della pienezza della tua vita. Seduto nell’abitacolo, sarai il centro del mondo e ti sembrerà che il sole del mezzogiorno proceda inchinandosi dinnanzi alla maestà della tua competenza.

6. Mental coach

Il casello [Humour, di Tagliente Secondo]

Come al solito, Carlos aveva fatto tardi. Un po’ per l’ansia, un po’ pel suo disordine cronico, non era riuscito a fare in modo di partire con debito anticipo per arrivare in orario a quell’appuntamento. Si stava giocando un’opportunità importante. Lo sapeva? Ne teneva conto?

Sul punto d’uscire, aveva avuto fame. E, allora, s’era preparato un panino ripieno di salse, colanti e multicolori, che non sapeva di nulla. Chiudendo la porta, poi, si sbrodolò addosso e si pulì il bavero con la mano, ungendosi. Scese. Nell’androne, mostrò al portiere l’interno della sua bocca, ripieno d’un impasto indecifrabile, gridando: -Ciao!

L’auto era in riserva. Osservando la spia rossa, Carlos pensò contemporaneamente sia che la benzina gli sarebbe bastata, sia che avrebbe trovato un distributore, sia assolutamente nulla di tutto questo se non ad accendere la radio, continuando ad ungere nel frattempo manopole, volante e cambio.

Quell’incontro lo metteva in agitazione. Mentre guidava ripassò tutto il testo a memoria. Aveva letto e riletto, cercando su Google, nei siti degli editori, negli scritti di Umberto Eco, tutti i consigli dedicati agli aspiranti scrittori. Aveva considerato il problema delle d eufoniche, che nessuno d’altra parte risolveva in modo chiaro e definitivo, oppure la trappola infìda del qual è, che va scritto senza apostrofo. Aveva ripassato tutto, ma aveva lo stesso il terrore che il suo testo apparisse scarso, e aveva paura d’avere usato troppe metafore banali, frasi fatte, o d’averci infilato troppi avverbi e aggettivi, in quel testo, e d’averlo insomma farcito come il panino che stava ancora ingoiando.

Comunque, a parte tutto, di una cosa era sicuro: da qualche parte aveva sbagliato. Ma dove esattamente?

Arrivò, senza accorgersene, al casello. Stranamente aveva gli spiccioli. Li fece cadere nel cassetto e la sbarra s’aprì. A quel punto, ormai in vista del parcheggio, un altro, gravoso problema gli si parò d’innanzi, un ostacolo davvero insormontabile, che per il momento metteva da parte i suoi rovelli ortografici.

Che macchina era una Porsche? Com’era fatta? A Carlos Bascoso non erano mai interessate le automobili ed ora stava per essere punito di questo suo disinteresse. Senza dubbio era una macchina costosa. Doveva stare tranquillo. L’avrebbe riconosciuta facilmente. – Sarà tipo una Ferrari.

Parcheggiò, mentre il suo cuore sbatacchiava da parte a parte, disturbandogli i polmoni, il fegato e tutte le altre frattaglie.

Fu allora che la vide. Nerissima, come se fosse il suo destino da sempre in agguato, un’automobile si parcheggiò dentro lo spazio accanto a lui. Era la Porsche.

Maicol scese dall’auto. Aveva i muscoli gonfiati e i capelli a spazzola. Nel salutarlo, quasi gli stritolò la mano. Poi lo fissò, con i suoi i occhi superiori e crudeli. Carlos ripassò un’ultima volta dentro di sé il testo, come coloro che, morendo, vedono scorrere davanti a loro tutta la vita. Si perse, così, il discorso che quel Big Gim aveva voluto fargli. Ascoltò solo, in fine: – … per tanto chiedo affidabilità e serietà. Poi Maicol aprì la sua ventiquattrore e ne estrasse una busta. Carlos tornò in macchina a prendere l’USB.

Afferrata la chiave, Maicol gli strinse ancora la mano e ripartì.

Rimasto solo, Carlos trasse un lungo respirò e rientrò nell’auto. Ormai era fatta. Allora si ricordò dell’invito a pranzo di suo cognato, a casa di sua sorella. Provò a telefonare, ma nessuno rispose. Riprovò ancora, più volte. Alla fine, scrisse un messaggio. Andate tutti in culo, stronzi. Trattenendo a stento un sibilo d’entusiasmo schiacciò invio e partì poi veloce in direzione dell’idroscalo.

5. Humour

Il casello [Cronaca, di Tagliente Secondo]

“(Click.) È il 13 dicembre del 2013. Sono le 14:30. Il cielo è coperto, ma non piove. Le previsioni, come al solito, hanno sbagliato. Ho un appuntamento con Michela, il terzo. Sono davanti a casa sua. (Click.)”

Mentre aspetta, Carlo spenge il registratore e si accende una sigaretta, sistemando poi l’accendino nel vano sotto il cruscotto. Una, due, tre, quattro boccate. E poi, come fa sempre dopo il quinto tiro, anche nel caso ne avesse ancora voglia, spegne accuratamente la sigaretta nel posacenere, stando attento a non piegarla. Dopo di che, ripone il mozzicone in una scatolina di latta che tiene nella tasca sinistra dei pantaloni, sempre chiari. Appena vede Michela, riaccende il registratore.

3. Cronaca