Il Casello [Cronaca, di 2171601]


MILANO – Nuovi dettagli riaprono lo scenario sull’omicidio che lunedì scorso ha sconvolto la città: la politica sostiene il lavoro della magistratura ed il sindaco sta pensando di proclamare il lutto cittadino. Nessuna informazione ancora sull’assassino che da una prima ricostruzione della polizia avrebbe barbaramente sgozzato senza apparente motivo M. L. (38 anni) ribattezzato dalla cronaca “lo scrittore”, dopo averlo seguito in un suo appuntamento di lavoro. La vittima, un professionista dell’area milanese, è stata decapitata con un’arma non ancora ritrovata (forse un coltello da caccia, o un rasoio), nei pressi della piazzola di sosta del casello di Lambrate. Mentre si tenta ancora di fare luce sulle cause del delitto, da fonti vicine agli inquirenti trapelano i primi risultati delle indagini, condotte anche grazie all’ausilio delle telecamere installate nei pressi del casello e della sua abitazione: secondo una prima ricostruzione, infatti, l’uomo sarebbe uscito di casa alle 9 e 30 del mattino, seguito a pochi passi di distanza dal suo assassino che, senza essere visto, lo avrebbe seguito in un’auto a poca distanza. Dopo avere raggiunto il casello di Lambrate, dove diversi  testimoni riportano che lo scrittore si sarebbe recato per un appuntamento di lavoro, l’uomo avrebbe ricevuto un compenso per una prestazione ad una sua cliente che, interrogata dagli inquirenti, non sembra al momento essere stata iscritta nel registro degli indagati. Alle 10.10, pochi minuti dopo il suo arrivo, lo scrittore sarebbe rientrato in macchina, seguito dal suo aguzzino. A disposizione degli investigatori le immagini scioccanti che testimoniano gli ultimi attimi di vita della vittima: istanti che, a giudicare dalle prime immagini, non sembrano presentare attimi di tensione. Non uno sguardo tra i due, né prima di entrare in macchina, né prima del delitto: questo il dettaglio più anomalo su cui si concentrano gli sforzi d’indagine di queste ore.


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1. Thriller/Noir

Il Casello [Noir, di 2171601]


Lo scrittore esce di casa, chiude porte come fossero catene. Oltre l’orto, avanti casa, perde in terra la chiave. Si china. Potrei prenderlo ora. La macchina non parte. Potrei prenderlo ora, sarebbe un buon momento ora. La sua macchina parte, la mia pure. Seguo lo scrittore sull’asfalto ancora umido di notte, col sole che mai lo asciugherà. La mia macchina odora di velluto. Polvere e velluto. Domani la lavo. Il casello odora di freddo mattina, vola polvere e il vento alza carte, una bustina rossa è ferma, appiccicata all’asfalto. Una patatina dentro, guarda l’autostrada, le macchine sfrecciano, rallentano di botto. Un preservativo. La sbarra è alzata. Passano i camion, il casellante è grigio nella camicia blu. La Porsche è ferma, a viso cattivo lampeggia, altéra e femmina. Lo scrittore scende, saluta, prende una busta marrone. Ha in mano la mia chiavetta. Lo scrittore sorride, dieci parole, china il capo, saluta. Entra in macchina. Io pure. Mette le mani in tasca, si volta, mi guarda, mi guarda? Ha la faccia tirata, una grinfia in volto, tesa tra le rughe, tirata di paura. Si vedono i denti. Ho la testa tra le mani, di sudore e sebo, mi riempie i palmi, da parte a parte, il collo, mi offre, come pane scorza molle e dentro duro. Il rasoio pensa sia di cioccolato. Mentre sento la vita che scorre calda sulle mani, lo scrittore guarda la busta. E’ appiccicosa, la vita. Lo scrittore cade, lo scrittore è morto. Appiccica. Merda.

(Dell’autore non si sa nulla)


1. Thriller/Noir

Il casello [Inverso, di Tagliente Secondo]

Ne ero certo: avrei cominciato a lavorare per The Ghost Writer Gang. Mentre ripartivo da Milano, per tornarmene a casa e fare gli stessi quattrocento chilometri che avevo già fatto il giorno avanti, pensai proprio che era fatta, e che per quanto riguardava la mia prova non avevo nulla temere, avendo dato sfoggio di tutte le mie abilità nell’affrontare i nove stili richiesti: il thriller, il drammatico, la cronaca, il mental coach, impuntatomi sin dal principio a trovare per ognuno delle soluzioni diverse, per le quali essi – i fantasmi – restassero impressionati, così ch’era stata, la mia, una prova d’assalto, per così dire, nella quale avevo voluto inserire più variabili possibili: l’ora, la stagione, l’età, il sesso, i nomi sempre gli stessi che poi si volgono e cambiano, una prova pulita, perfetta, compiuta in sé stessa come una miniatura, tanto che non avrebbero potuto, di lì a poco, non considerarmi dei loro e dirmi: – sei dei nostri, sì, sissignore, proprio così pensai, dando un’ultima occhiata dallo specchietto retrovisore alla Porsche nera che si portava via l’USB con il mio lavoro, insieme al ragazzo che, borbottandomi qualcosa, un minuto prima mi aveva lasciato una busta smilza che ora rischiava di scivolare tra il seggiolino del passeggero e la portiera dell’auto, quella bustina bianca che mi fece quasi uscire di carreggiata, per guardarla, mentre imboccavo la strada all’inverso, vicino al casello di Lambrate, per poi ripassare davanti al portone da dove ero uscito solo poche ore prima per recarmi all’incontro, e ripassare di lì proprio mentre il portiere pachistano, annoiato, usciva sulla soglia a fumare una sigaretta e mentre che io, novello ghost writer, salutando dentro di me l’amica che mi aveva generosamente ospitato tra le sue lenzuola la notte prima, salutavo soddisfatto la città di Milano.

8. Inverso

Il casello [Drammatico, di Tagliente Secondo]

Mio padre morì il 13 dicembre, verso le due del pomeriggio. Un infarto. I miei familiari riuscirono a contattarmi soltanto il giorno dopo, quando ormai avevo appena il tempo di raggiungere il paese per il funerale. Mentre ascoltavo la voce di mio cognato al telefono, mi sentii stritolare nella morsa tagliente di due incombenze, schiacciato nel mezzo all’affetto per due vecchi uomini che mi avevano voluto bene e che mancavano insieme, in modi diversi.

Michele Bianucci, ch’era stato il mio professore di letteratura italiana all’Università, era stato colpito da un ictus qualche mese prima. Nonostante i novant’anni, il professore era ancora vivo. Gli avevo promesso che avrei scritto per lui e avevo promesso di terminare il testo entro il 14. Se avessi tardato, l’editore avrebbe avuto da ridire. Non ebbi scelta. Per mio padre, ormai, non c’era più niente da fare.

Prima d’uscire di casa ingoiai uno Xanax. Michele, da quando aveva avuto il colpo, era infermo, paralizzato per metà, inchiodato sulla poltrona. Avevo accettato di scrivere per lui la presentazione di un libro su Ungaretti. Sapevo benissimo che cosa avrebbe detto in quel caso e come avrebbe scritto. Ero in grado di imitare il suo stile alla perfezione. Potevo pensare come lui pensava. E poi, la sua famiglia mi conosceva bene, e si fidavano. Quel giorno, dunque, aspettavo sua figlia vicino al casello di Lambrate, intorno alle quindici.

Eravamo a metà luglio e a Milano, letteralmente, si moriva di caldo. Ovviamente non stavo bene. Rientrai più volte in casa a prendere una volta l’USB, una volta il telefono, e tutte le volte dovevo lottare di nuovo col cane che s’impuntava a voler uscire. Alla fine, lasciai lì le sigarette.

Una volta in macchina raggiunsi in fretta il casello. Mentre il casellante mi contava il resto, un ritornello martellante, da una radio all’interno, mi entrò nella testa. Nel frattempo, mi chiamò mia sorella. – Giancarlo, mi disse, hai sempre fatto quello che ti pare. A questo punto, che tu ci sia o no, per noi, non fa nessuna differenza.

Quando arrivai, la figlia del professore era già lì che m’aspettava. Mi fece le condoglianze. Anche lei aveva le occhiaie pesanti, ed era vestita in modo sciatto. Sarebbe stata una bella donna. Secoli fa le avevo fatto, invano, la corte. Lei aveva resistito discretamente alle mie timide avances e i nostri rapporti erano rimasti buoni. Le diedi la chiave USB e lei, frugando nella sua grande ed orrenda borsa di cuoio, mi diede una busta, di quelle col bordo rosso e azzurro, per la posta aerea, col timbro dell’editore. – Scusa, quasi mi dimenticavo, borbottò, aggiungendo qualcosa che non distinsi.

Le strinsi la mano e la salutai. Rientrando in macchia richiamai mia sorella. Non mi rispose. Allora spensi il telefono e partii lentamente, pensando a dove potessi trovare un tabacchino lì intorno.

4. Drammatico

Il casello [Mental Coach, di Tagliente Secondo]

Ti è stato affidato un compito. Perfetto. Tu sei in grado di fare ogni cosa.

Ascolta. Poggerai la tua mano sul foglio e la penna scivolerà sul campo bianco, decorando la pagina. Le tue frasi scorreranno come scorre un ruscello a primavera in alta montagna e il sole illuminerà il foglio immacolato che va raccogliendo il seme della tua felicità. Quando avrai finito, rinfrescato dall’esercizio del tuo talento, ribatterai il testo al computer e la sua luce azzurrina ti cingerà di un fascio angelico nella notte.

Tu sei forte. Tu sei il migliore. E lo sai. Non hai avuto bisogno di compiere nessuno sforzo; tutto ti è stato dato così, gratuitamente. Ripeti con me: io sono io. Tutto è con me. Non avrai altro Dio all’infuori dell’Io. Vivi. E vinci. Yes, you can.

Poco prima dell’orario concordato uscirai di casa, immergendoti nella sorgente battesimale dell’aria fresca di maggio. Salirai in macchina, girerai la chiave. Allora, il rombo del motore ti parlerà della tua potenza virile e ti sentirai eretto, brillante, saldo, come l’incarnazione della tranquillità.

Il tuo navigatore satellitare è impostato correttamente. Attraverserai le strade di Milano con l’andatura invincibile di chi sa perfettamente cosa vuole e cosa fa. La tua è una coscienza superiore. Tutto ti sfila accanto, e tutto a te s’inchina. Puoi volere ogni cosa, pretendere, ottenere, ma sopratutto vuoi portare a termine il compito che ti è stato assegnato.

Non devi far altro che abbandonarti alla voce di Lucie. Immagina la sua bocca metallica mentre scandisce quelle parole così sensuali: guidi per oltre 3 kilometri, con quelle sue irresistibili conclusioni mai concluse, quelle sue pause innaturali, quell’accento un po’ robotico che ne delinea tutta la perfezione sovrumana. Immagina la tua compagna virtuale e con lei di avere una vita piena e totalmente soddisfacente. Ella è priva di difetti e problemi. Ella è l’immagine della felicità disincarnata ed è lì con te. Per te. Devi soltanto sintonizzare il tuo spirito sulle frequenze di lei. A quel punto, come dice Gesù Cristo, non dovrai più preoccuparti di quello che dirai, perché lo Spirito stesso parlerà attraverso di te.

L’incontro con il cliente sarà breve, perfetto, preciso. Sincronizzati, entrerete insieme nel parcheggio e spegnerete il motore nel solito istante. Allora guarderai la Porsche del tuo cliente e ti vedrai riflesso nella sua carrozzeria. La tua immagine incoronata dalla luce dovrà apparire eterna e sensuale come quella di un moderno Messia.

Tutto si svolgerà come in un rituale. Il cliente ti passerà la busta, tu gli consegnerai il tuo lavoro. Scambierete forse due parole, come formule di circostanza, messaggi che non hai bisogno né di conoscere né di conservare, tanto sono volatili, innati, superficiali. Tutto ciò non ti appartiene. Devi trascurarlo.

Dopo di che, ripartirai. Ancora una volta il motore della tua auto ti parlerà della pienezza della tua vita. Seduto nell’abitacolo, sarai il centro del mondo e ti sembrerà che il sole del mezzogiorno proceda inchinandosi dinnanzi alla maestà della tua competenza.

6. Mental coach

Il casello [Humour, di Tagliente Secondo]

Come al solito, Carlos aveva fatto tardi. Un po’ per l’ansia, un po’ pel suo disordine cronico, non era riuscito a fare in modo di partire con debito anticipo per arrivare in orario a quell’appuntamento. Si stava giocando un’opportunità importante. Lo sapeva? Ne teneva conto?

Sul punto d’uscire, aveva avuto fame. E, allora, s’era preparato un panino ripieno di salse, colanti e multicolori, che non sapeva di nulla. Chiudendo la porta, poi, si sbrodolò addosso e si pulì il bavero con la mano, ungendosi. Scese. Nell’androne, mostrò al portiere l’interno della sua bocca, ripieno d’un impasto indecifrabile, gridando: -Ciao!

L’auto era in riserva. Osservando la spia rossa, Carlos pensò contemporaneamente sia che la benzina gli sarebbe bastata, sia che avrebbe trovato un distributore, sia assolutamente nulla di tutto questo se non ad accendere la radio, continuando ad ungere nel frattempo manopole, volante e cambio.

Quell’incontro lo metteva in agitazione. Mentre guidava ripassò tutto il testo a memoria. Aveva letto e riletto, cercando su Google, nei siti degli editori, negli scritti di Umberto Eco, tutti i consigli dedicati agli aspiranti scrittori. Aveva considerato il problema delle d eufoniche, che nessuno d’altra parte risolveva in modo chiaro e definitivo, oppure la trappola infìda del qual è, che va scritto senza apostrofo. Aveva ripassato tutto, ma aveva lo stesso il terrore che il suo testo apparisse scarso, e aveva paura d’avere usato troppe metafore banali, frasi fatte, o d’averci infilato troppi avverbi e aggettivi, in quel testo, e d’averlo insomma farcito come il panino che stava ancora ingoiando.

Comunque, a parte tutto, di una cosa era sicuro: da qualche parte aveva sbagliato. Ma dove esattamente?

Arrivò, senza accorgersene, al casello. Stranamente aveva gli spiccioli. Li fece cadere nel cassetto e la sbarra s’aprì. A quel punto, ormai in vista del parcheggio, un altro, gravoso problema gli si parò d’innanzi, un ostacolo davvero insormontabile, che per il momento metteva da parte i suoi rovelli ortografici.

Che macchina era una Porsche? Com’era fatta? A Carlos Bascoso non erano mai interessate le automobili ed ora stava per essere punito di questo suo disinteresse. Senza dubbio era una macchina costosa. Doveva stare tranquillo. L’avrebbe riconosciuta facilmente. – Sarà tipo una Ferrari.

Parcheggiò, mentre il suo cuore sbatacchiava da parte a parte, disturbandogli i polmoni, il fegato e tutte le altre frattaglie.

Fu allora che la vide. Nerissima, come se fosse il suo destino da sempre in agguato, un’automobile si parcheggiò dentro lo spazio accanto a lui. Era la Porsche.

Maicol scese dall’auto. Aveva i muscoli gonfiati e i capelli a spazzola. Nel salutarlo, quasi gli stritolò la mano. Poi lo fissò, con i suoi i occhi superiori e crudeli. Carlos ripassò un’ultima volta dentro di sé il testo, come coloro che, morendo, vedono scorrere davanti a loro tutta la vita. Si perse, così, il discorso che quel Big Gim aveva voluto fargli. Ascoltò solo, in fine: – … per tanto chiedo affidabilità e serietà. Poi Maicol aprì la sua ventiquattrore e ne estrasse una busta. Carlos tornò in macchina a prendere l’USB.

Afferrata la chiave, Maicol gli strinse ancora la mano e ripartì.

Rimasto solo, Carlos trasse un lungo respirò e rientrò nell’auto. Ormai era fatta. Allora si ricordò dell’invito a pranzo di suo cognato, a casa di sua sorella. Provò a telefonare, ma nessuno rispose. Riprovò ancora, più volte. Alla fine, scrisse un messaggio. Andate tutti in culo, stronzi. Trattenendo a stento un sibilo d’entusiasmo schiacciò invio e partì poi veloce in direzione dell’idroscalo.

5. Humour