Il casello [Fantasy di Alfa, Fantasma-madre]

– «Aspetta. Metto gli auricolari.»

– «Mi senti? »

Ha una voce bellissima. Sicuro sarà un cesso ma la voce fa paura.

– «No, scusa, ti ho perso. Un’interferenza.»

Balle, era via con gli angeli.

– «Allora, dov’eravamo?»

– «No, è vero: non succede sempre e non con tutti.»

Va contestualizzato: il fantasma che sta dall’altro lato dell’iPhone le ha chiesto se quello che ha appena finito di ri-raccontargli le capita con tutti. Andava precisato.

– «Certo che ci ho provato, ovvio, a trovare uno schema: ho messo in fila tutti gli autori in un file Excel, ho cercato punti di contatto, legami, somiglianze. Ma non è saltata fuori nemmeno l’ombra di un algoritmo.»

– «Niente, nada, nisba.»

– «Niente lampi, pozioni, ragni o tempeste cationiche. Nessun alieno morente con un’abat-jour in mano, né missioni da divinità intergalattiche. Solo, a un certo punto…»

Sta facendo la simpatica. Lo sapete, vero?

– «Non lo so quando, forse al secondo (o era il terzo?) anno da fantasma.»

– «Al secondo o al terzo anno, inizio a scrivere cose che i miei clienti pensano prima che me le dicano. A volte prima ancora che le pensino. »

– «E poi, nel giro di poco, inizio a cambiare aspetto.»

– «No. Aspetta, non fuori. Fuori non succede niente. Parte tutto con una specie di percezione: mi sento diversa ma se mi guardo allo specchio, sono sempre la stessa. »

– «La prima volta? È con Effe, autore pluripremiato di cui sono un’ombra, una delle, mica l’unica, lo conosci di sicuro…»

Eccola, ora finge un profilo basso. È il suo modo per fare la figa, come i radical chic ostentano semplicità, lei minimizza per magnificare.

– «Ma sì, è un pezzo da novanta, un fanta-direttore di quelli che passano metà della loro vita sui palchi di mezzo mondo e il restante cinquanta a postare fotine, selfini e frasettine pseudo-motivanti sui social, più un due-tre per cento a far finta di scrivere i libri pensati, progettati, digitati e corretti da qualcun altro. Lo conosci. Anzi, probabile tu abbia scritto qualcosa per lui. »

– «Non fa cento, lo so. Certo che lo so.»

Non lo sa.

– «Dicevo: sono appollaiata sul divano e mentre cincischio sul terzo editing di Effe, mi sento di colpo scomoda, come se al posto di un filo di trippette addominali, mi fosse spuntato un pancione da ottavo mese. Non sono una silfide ma nemmeno un tricheco. Per non sbagliare, sollevo la maglietta e controllo: il pancione non c’è, me lo sto solo sognando.»

“Un filo di trippette addominali”! Ma si sentirà?

– «Poi? Poi succede di nuovo, qualche giorno dopo, solo che al posto delle cicce in più, mi prude la barba ed è parecchio strano: gratto qualcosa che non c’è, che non si vede e che non posso toccare ma che giuro sento…»

– «Bravo! Weird. L’ho pensato anch’io.»

– «Tieni presente che scrivo per una dozzina abbondante di ore al giorno, leggo per almeno altre tre, che mi alzo presto e che vado a letto tardi perché quando ho finito di leggere quello che devo leggere, parto con quello che voglio.»

Signore e signori, è appena entrata in scena Stakanova. Prego, applausi e urletti di ammirazione.

– «Dormendo poco e stando tanto in mezzo a fiction, letteratura, ricerche, biografie iperboliche e figure retoriche, è normale sia un po’ sciroccata. Fa parte del mestiere. Lo sai no?»

– «Fare una strage all’alba, in sottoveste, incontrare un medium prima di un pranzo che non ci sarà mai, scoprire le proprietà taumaturgiche del prezzemolo selvatico dopo un altro caffè e far innamorare un paio di hippie o di yuppie all’ora dell’aperitivo, e il tutto a pagamento e sempre in anticipo, è affascinante, senza dubbio vario, ma ha i suoi contro e alla lunga comporta un certo sovraffollamento di personalità. A te non capita?»

Ha detto davvero “sottoveste”? Sì. Ha proprio detto “sottoveste”. Sta flirtando, la furba.

– «Comunque, tornando a bolla, una bella mattina, mentre sto finendo il dialogo di un drago con il suo cavaliere, sento i lupi litigare, esco per cazziarli e nel mettere il naso sotto il sole mi viene un’angina pectoris. A terra, dove dovrebbe esserci la mia ombra, la mia ombra non c’è e al suo posto c’è quella del drago, grande quanto mezzo giardino. »

– «Rientro veloce come Flash Gordon. Mi dico “Respira, stai calma”. Mi conforto pensando sia solo stanca, esaurita. Riesco tipo pantera rosa prendendomi per il culo: “Sei arrivata alle allucinazioni? Bene. Mancavano giusto quelle, no?”. Spio fuori, arrivo al sole e tac, di nuovo. Io sono io: alta quanto negli ultimi vent’anni, con le mie mani che sono sempre le mie, le braccia, le gambe. Tutto uguale. Guardo gli stivali che non hanno gli artigli e dalle spalle non mi sono spuntate le ali, ma la cazzo di ombra è draghiforme. Mi muovo e lei mi segue, spalmata nell’erba, gigantesca.»

– «La cosa più pazzesca è che te lo stia raccontando. Anzi. No. Che tu mi creda. Che sappia perché.»

No, la cosa più pazzesca è che glielo stia raccontando mentre prova a sedurlo senza nemmeno saperlo, la zoccola.

– «L’ombra? Era gigantesca.»

– «Ok, vero, specifico. Da testa a coda, acca tre per elle poco meno di uno, calcolata sul busto. Con le ali è un casino, lascia stare, io e la geometria non ci siamo mai piaciute.»

– «Sì, bravo, era realistica. Era un’ombra non-fiction, esatto.»

Ma sentitela, come se la ride!

– «Quasi. Sono in tangenziale. Tu?»

– «Dovrei vedere il casello a momenti. Arrivo da Nord. Almeno credo. Che macchina hai detto di avere? »

– «È vero, non l’hai detto. Quindi? Come ti riconosco? »

– «Ok, parcheggio a destra, ma a destra quale? La tua o la mia?»

Perdonatela, è bionda. Dentro.

– «Io dai viali, se tu esci dall’autostrada e fai la rotonda, poi ti rimetti di fronte alle corsie del Telepass. C’è una piazzola. »

– «Certo che lo so! Non sei mica il primo esercizio di stile che mi capita. Oddio, un po’ primo lo sei. In effetti sei il primo a cui racconto questa cosa, dell’immedesimazione della mia ombra: l’ombra dell’ombra dell’autore prende la forma dell’autore.»

– «Sono quasi al casello. Sono sulla rotonda adesso. Vedo una spider nera. È una Porsche. …Tua?»

– «Sì, il camion è il mio. Sono io. Che dici? Scendiamo e ci presentiamo come quelli veri? »

Lo sta squadrando. PET completa. Zoom su cappello e sciarpino. Spalle. Cavallo. Sì, anche quello. È sorpresa, Pollyanna. Sorpresa e già innamorata, per quanto quelle come lei ci riescano, certo.

– «Ciao, io sono… io. E tu devi essere…»

Lui è lui, il fantasma-maschio e lei è un’idiota. Si aspettava un cesso ma non è così: supera i suoi stivali di una spanna. Porta un Borsalino, una camicia stropicciata, forse lino. Lui è tutto bianco, tutto beige, lei tutta nera, tipo mimo. Le uniche cose non-nere che indossa lei sono mantello e cappello, entrambi verdi. L’ombra del fantasma maschio, lei la vede adesso, si nota appena sull’asfalto bagnato, ma è quella del fantasma-femmina.

-«La tua ombra!?»

L’effetto è teatrale, come il gesto che lui ha appena fatto, col cappello sollevato e un mezzo inchino, porgendole la busta e spiegandole, stringato, cosa farne.

– «Tutto qui dentro? Come “tutto qui dentro”? Non mi dici niente?»

– «Ah. Devo leggere da sola»

– «Eh? Perché non posso aprirla adesso? Cosa c’è dentro? Una bomba? »

Lei tenta un’ombra di sorriso ma non attacca.

– «…istruzioni? Ci sono delle istruzioni? Davvero ce le hai messe dentro? Non potevi dirmele e basta?»

Sbatte le ciglia, lancia il chick-software e sfodera lo sguardo arrizza-cazzi. Lui non fa una piega. Prova la versione gatto con gli stivali, quello di Shrek. È ridicola e forse se ne rende conto. Rinuncia.

– «Non pesa niente, meno di un etto. E io ho un sacco di domande. »

Il fantasma-maschio sorride. Ma è un sorriso seccato, di circostanza. Lei si dice che al telefono era più simpatico.

– «Tipo in quanti siamo, se oltre a te e me c’è qualcun altro, così, intendo, come noi…»

– «La chiave? Ah, già, certo. Ce l’ho qui, tieni. »

– «Prego. Anzi, grazie a te…»

– «Dove? Dov’è che devo fare in modo di esserci? Quando? »

– «Va bene, leggo, ma aspetta. Se è all’estero, ho il passaporto scaduto e non so quanto…»

– «Ah. C’è anche quello? Come facevi a … lascia perdere. »

– «Vai già via? E dove?»

– «A Utrecht? Stai scherzando, vero?»

– «OK. Ciao.»

– «Sì, sì, leggo a casa. Promesso.»

Figuriamoci. Non aspetterà nemmeno che quello passi la sbarra.

Invece aspetta. Lo guarda oltrepassare e sparire verso Venezia. Tiene la busta gialla nella mano sinistra, con la destra ravana nella borsa, sul cruscotto del Gran Cherokee. Spia l’autostrada, piega la busta e la infila nella Birkin. Preme il pulsante sulla chiave, si sente il bip delle portiere e entra in auto. Allaccia la cintura, prende una sigaretta dal porta-oggetti, se la infila tra le labbra, gira la chiave e parte.

 

 

 

 

Non dovevo venire in divisa.

Però!

(Però la macchina! Però il fantasma! Un sacco di però.)

 

 

 

 

 

 

Il tizio di oggi, quello che mi aspetta alle unidici al casello di Lambrate è un pezzo da novanta, un fanta-direttore di quelli che passano metà della loro vita sui palchi di mezzo mondo e il restante cinquanta a postare fotine, selfini e frasettine pseudo-motivanti sui loro social, più un due-tre per cento a far finta di scrivere i libri che penso, progetto, digito e correggo io. Quello che nessuno sa, nemmeno i miei (né i clienti, né gli amici, né gli altri fantasmini), è che la roba che mi esce dalle dita non è mia, mai. Nemmeno quando l’autore mi fa chiamare da una delle sue assistenti – adoranti per contratto – e non mi dedica, di persona, mezzo minuto.

 

 

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11. Fantasy

Il casello [Inverso, di Tagliente Secondo]

Ne ero certo: avrei cominciato a lavorare per The Ghost Writer Gang. Mentre ripartivo da Milano, per tornarmene a casa e fare gli stessi quattrocento chilometri che avevo già fatto il giorno avanti, pensai proprio che era fatta, e che per quanto riguardava la mia prova non avevo nulla temere, avendo dato sfoggio di tutte le mie abilità nell’affrontare i nove stili richiesti: il thriller, il drammatico, la cronaca, il mental coach, impuntatomi sin dal principio a trovare per ognuno delle soluzioni diverse, per le quali essi – i fantasmi – restassero impressionati, così ch’era stata, la mia, una prova d’assalto, per così dire, nella quale avevo voluto inserire più variabili possibili: l’ora, la stagione, l’età, il sesso, i nomi sempre gli stessi che poi si volgono e cambiano, una prova pulita, perfetta, compiuta in sé stessa come una miniatura, tanto che non avrebbero potuto, di lì a poco, non considerarmi dei loro e dirmi: – sei dei nostri, sì, sissignore, proprio così pensai, dando un’ultima occhiata dallo specchietto retrovisore alla Porsche nera che si portava via l’USB con il mio lavoro, insieme al ragazzo che, borbottandomi qualcosa, un minuto prima mi aveva lasciato una busta smilza che ora rischiava di scivolare tra il seggiolino del passeggero e la portiera dell’auto, quella bustina bianca che mi fece quasi uscire di carreggiata, per guardarla, mentre imboccavo la strada all’inverso, vicino al casello di Lambrate, per poi ripassare davanti al portone da dove ero uscito solo poche ore prima per recarmi all’incontro, e ripassare di lì proprio mentre il portiere pachistano, annoiato, usciva sulla soglia a fumare una sigaretta e mentre che io, novello ghost writer, salutando dentro di me l’amica che mi aveva generosamente ospitato tra le sue lenzuola la notte prima, salutavo soddisfatto la città di Milano.

8. Inverso

Il casello [Drammatico, di Tagliente Secondo]

Mio padre morì il 13 dicembre, verso le due del pomeriggio. Un infarto. I miei familiari riuscirono a contattarmi soltanto il giorno dopo, quando ormai avevo appena il tempo di raggiungere il paese per il funerale. Mentre ascoltavo la voce di mio cognato al telefono, mi sentii stritolare nella morsa tagliente di due incombenze, schiacciato nel mezzo all’affetto per due vecchi uomini che mi avevano voluto bene e che mancavano insieme, in modi diversi.

Michele Bianucci, ch’era stato il mio professore di letteratura italiana all’Università, era stato colpito da un ictus qualche mese prima. Nonostante i novant’anni, il professore era ancora vivo. Gli avevo promesso che avrei scritto per lui e avevo promesso di terminare il testo entro il 14. Se avessi tardato, l’editore avrebbe avuto da ridire. Non ebbi scelta. Per mio padre, ormai, non c’era più niente da fare.

Prima d’uscire di casa ingoiai uno Xanax. Michele, da quando aveva avuto il colpo, era infermo, paralizzato per metà, inchiodato sulla poltrona. Avevo accettato di scrivere per lui la presentazione di un libro su Ungaretti. Sapevo benissimo che cosa avrebbe detto in quel caso e come avrebbe scritto. Ero in grado di imitare il suo stile alla perfezione. Potevo pensare come lui pensava. E poi, la sua famiglia mi conosceva bene, e si fidavano. Quel giorno, dunque, aspettavo sua figlia vicino al casello di Lambrate, intorno alle quindici.

Eravamo a metà luglio e a Milano, letteralmente, si moriva di caldo. Ovviamente non stavo bene. Rientrai più volte in casa a prendere una volta l’USB, una volta il telefono, e tutte le volte dovevo lottare di nuovo col cane che s’impuntava a voler uscire. Alla fine, lasciai lì le sigarette.

Una volta in macchina raggiunsi in fretta il casello. Mentre il casellante mi contava il resto, un ritornello martellante, da una radio all’interno, mi entrò nella testa. Nel frattempo, mi chiamò mia sorella. – Giancarlo, mi disse, hai sempre fatto quello che ti pare. A questo punto, che tu ci sia o no, per noi, non fa nessuna differenza.

Quando arrivai, la figlia del professore era già lì che m’aspettava. Mi fece le condoglianze. Anche lei aveva le occhiaie pesanti, ed era vestita in modo sciatto. Sarebbe stata una bella donna. Secoli fa le avevo fatto, invano, la corte. Lei aveva resistito discretamente alle mie timide avances e i nostri rapporti erano rimasti buoni. Le diedi la chiave USB e lei, frugando nella sua grande ed orrenda borsa di cuoio, mi diede una busta, di quelle col bordo rosso e azzurro, per la posta aerea, col timbro dell’editore. – Scusa, quasi mi dimenticavo, borbottò, aggiungendo qualcosa che non distinsi.

Le strinsi la mano e la salutai. Rientrando in macchia richiamai mia sorella. Non mi rispose. Allora spensi il telefono e partii lentamente, pensando a dove potessi trovare un tabacchino lì intorno.

4. Drammatico

Il casello [Sensoriale, di Tagliente Secondo]

l’uomo afferra il mento aguzzo tagliente sinuoso come un cuneo interstellare della giovane moglie chinandosi sulla sua bocca scolpita nel diaspro a cozzare KONK con le sue labbra di basalto

sulla lama tesa e tagliente TZ – TZ delle labbra di lei che divide di netto TZÀ estraendo e conficcando la lingua dentro la cavità orale che SLURP (ciuuuuhà) s’apre a riceverne i guizzi e la bavosa avidità

riconquistata la posizione eretta l’uomo esce di casa sbattendo STONCH! la porta con calibrata virilità

fuori il sole fa SCHIÀF e ZAF tra le pozzanghere e il volto lucido di questo maschio invincibile che come un pannello solare assorbe fotoni ed espelle elettroni ZZ irradiando ZZ potenza e energia nei dintorni così: ZZZZZZZXH – ZZZZZ X H; ZZZZZZZXH – ZZZZZ X H; ZZZZZZZXH – ZZZZZ fin quando chiuso nell’abitacolo il rombo

RTATÀ ROAM, BRUM-BRUM

dell’auto RHR RHR

che accelera più volte trattenendo il freno alla partenza

non rilascia in fine il veicolo RUÀV! verso l’ignoto in un hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh

mentre la lamiera surriscaldata tonifica il corpo dell’uomo tornito come quello di belva

la donna sfonda il casello di Lambrate, brillante nel caldo del sole come una cometa spettinata – colei che è come Dio, e per la quale egli ha scritto e scriverà questa volta soltanto, l’unica volta, quella per tutte le volte

allora, nel mezzogiorno dell’estate il sole esplode e rimbalza BOING BOING sulle carrozzerie scintillanti della fila infinita al casello GHÈ GHÈ – mentre i rotori dei motori diffondono rumori nell’aria umida densa dei colori più morti e il guardrail che vibra nell’eccitazione del calore sibila lungo la carreggiata, come un bordone che s’accosta al movimento trattenuto delle ruote dei veicoli incollati all’asfalto

e la radio, sbrodolandosi dai finestrini, accompagna vorace la corsa dell’uomo e fa:

ràhah-ah-àh! – roma-mamà!- gàga-oh-la-là!

alle 12 e 15 le due Porsche entrano insieme nel parcheggio FHH ronzando

smorzando sincronizzate il loro impeto incosciente

e spengono insieme il motore nel solito istante: SILENZIO.

L’uomo e la donna escono – un due e tre, un due e tre – e allora l’uomo, avvicinandosi, infila la chiave nella tasca di lei, mentre lei fa scivolare LHFFF la busta bianca nella discesa della mano aperta di lui.

Sono le 12 e 20. Il sole spacca le pietre e strizza gli umori dai fori, mentre un uccello gridando TRÈCH ÈÈCH sbatacchia volando e loro si stringono la mano con un rumore sordo di consapevolezza e soddisfazione per poi ripartire entrambi in direzioni divergenti ed opposte: l’uno verso il tramonto, l’altra verso l’alba ancora in potenza.

7. Sensoriale

Il casello [Mental Coach, di Tagliente Secondo]

Ti è stato affidato un compito. Perfetto. Tu sei in grado di fare ogni cosa.

Ascolta. Poggerai la tua mano sul foglio e la penna scivolerà sul campo bianco, decorando la pagina. Le tue frasi scorreranno come scorre un ruscello a primavera in alta montagna e il sole illuminerà il foglio immacolato che va raccogliendo il seme della tua felicità. Quando avrai finito, rinfrescato dall’esercizio del tuo talento, ribatterai il testo al computer e la sua luce azzurrina ti cingerà di un fascio angelico nella notte.

Tu sei forte. Tu sei il migliore. E lo sai. Non hai avuto bisogno di compiere nessuno sforzo; tutto ti è stato dato così, gratuitamente. Ripeti con me: io sono io. Tutto è con me. Non avrai altro Dio all’infuori dell’Io. Vivi. E vinci. Yes, you can.

Poco prima dell’orario concordato uscirai di casa, immergendoti nella sorgente battesimale dell’aria fresca di maggio. Salirai in macchina, girerai la chiave. Allora, il rombo del motore ti parlerà della tua potenza virile e ti sentirai eretto, brillante, saldo, come l’incarnazione della tranquillità.

Il tuo navigatore satellitare è impostato correttamente. Attraverserai le strade di Milano con l’andatura invincibile di chi sa perfettamente cosa vuole e cosa fa. La tua è una coscienza superiore. Tutto ti sfila accanto, e tutto a te s’inchina. Puoi volere ogni cosa, pretendere, ottenere, ma sopratutto vuoi portare a termine il compito che ti è stato assegnato.

Non devi far altro che abbandonarti alla voce di Lucie. Immagina la sua bocca metallica mentre scandisce quelle parole così sensuali: guidi per oltre 3 kilometri, con quelle sue irresistibili conclusioni mai concluse, quelle sue pause innaturali, quell’accento un po’ robotico che ne delinea tutta la perfezione sovrumana. Immagina la tua compagna virtuale e con lei di avere una vita piena e totalmente soddisfacente. Ella è priva di difetti e problemi. Ella è l’immagine della felicità disincarnata ed è lì con te. Per te. Devi soltanto sintonizzare il tuo spirito sulle frequenze di lei. A quel punto, come dice Gesù Cristo, non dovrai più preoccuparti di quello che dirai, perché lo Spirito stesso parlerà attraverso di te.

L’incontro con il cliente sarà breve, perfetto, preciso. Sincronizzati, entrerete insieme nel parcheggio e spegnerete il motore nel solito istante. Allora guarderai la Porsche del tuo cliente e ti vedrai riflesso nella sua carrozzeria. La tua immagine incoronata dalla luce dovrà apparire eterna e sensuale come quella di un moderno Messia.

Tutto si svolgerà come in un rituale. Il cliente ti passerà la busta, tu gli consegnerai il tuo lavoro. Scambierete forse due parole, come formule di circostanza, messaggi che non hai bisogno né di conoscere né di conservare, tanto sono volatili, innati, superficiali. Tutto ciò non ti appartiene. Devi trascurarlo.

Dopo di che, ripartirai. Ancora una volta il motore della tua auto ti parlerà della pienezza della tua vita. Seduto nell’abitacolo, sarai il centro del mondo e ti sembrerà che il sole del mezzogiorno proceda inchinandosi dinnanzi alla maestà della tua competenza.

6. Mental coach

Il casello [Humour, di Tagliente Secondo]

Come al solito, Carlos aveva fatto tardi. Un po’ per l’ansia, un po’ pel suo disordine cronico, non era riuscito a fare in modo di partire con debito anticipo per arrivare in orario a quell’appuntamento. Si stava giocando un’opportunità importante. Lo sapeva? Ne teneva conto?

Sul punto d’uscire, aveva avuto fame. E, allora, s’era preparato un panino ripieno di salse, colanti e multicolori, che non sapeva di nulla. Chiudendo la porta, poi, si sbrodolò addosso e si pulì il bavero con la mano, ungendosi. Scese. Nell’androne, mostrò al portiere l’interno della sua bocca, ripieno d’un impasto indecifrabile, gridando: -Ciao!

L’auto era in riserva. Osservando la spia rossa, Carlos pensò contemporaneamente sia che la benzina gli sarebbe bastata, sia che avrebbe trovato un distributore, sia assolutamente nulla di tutto questo se non ad accendere la radio, continuando ad ungere nel frattempo manopole, volante e cambio.

Quell’incontro lo metteva in agitazione. Mentre guidava ripassò tutto il testo a memoria. Aveva letto e riletto, cercando su Google, nei siti degli editori, negli scritti di Umberto Eco, tutti i consigli dedicati agli aspiranti scrittori. Aveva considerato il problema delle d eufoniche, che nessuno d’altra parte risolveva in modo chiaro e definitivo, oppure la trappola infìda del qual è, che va scritto senza apostrofo. Aveva ripassato tutto, ma aveva lo stesso il terrore che il suo testo apparisse scarso, e aveva paura d’avere usato troppe metafore banali, frasi fatte, o d’averci infilato troppi avverbi e aggettivi, in quel testo, e d’averlo insomma farcito come il panino che stava ancora ingoiando.

Comunque, a parte tutto, di una cosa era sicuro: da qualche parte aveva sbagliato. Ma dove esattamente?

Arrivò, senza accorgersene, al casello. Stranamente aveva gli spiccioli. Li fece cadere nel cassetto e la sbarra s’aprì. A quel punto, ormai in vista del parcheggio, un altro, gravoso problema gli si parò d’innanzi, un ostacolo davvero insormontabile, che per il momento metteva da parte i suoi rovelli ortografici.

Che macchina era una Porsche? Com’era fatta? A Carlos Bascoso non erano mai interessate le automobili ed ora stava per essere punito di questo suo disinteresse. Senza dubbio era una macchina costosa. Doveva stare tranquillo. L’avrebbe riconosciuta facilmente. – Sarà tipo una Ferrari.

Parcheggiò, mentre il suo cuore sbatacchiava da parte a parte, disturbandogli i polmoni, il fegato e tutte le altre frattaglie.

Fu allora che la vide. Nerissima, come se fosse il suo destino da sempre in agguato, un’automobile si parcheggiò dentro lo spazio accanto a lui. Era la Porsche.

Maicol scese dall’auto. Aveva i muscoli gonfiati e i capelli a spazzola. Nel salutarlo, quasi gli stritolò la mano. Poi lo fissò, con i suoi i occhi superiori e crudeli. Carlos ripassò un’ultima volta dentro di sé il testo, come coloro che, morendo, vedono scorrere davanti a loro tutta la vita. Si perse, così, il discorso che quel Big Gim aveva voluto fargli. Ascoltò solo, in fine: – … per tanto chiedo affidabilità e serietà. Poi Maicol aprì la sua ventiquattrore e ne estrasse una busta. Carlos tornò in macchina a prendere l’USB.

Afferrata la chiave, Maicol gli strinse ancora la mano e ripartì.

Rimasto solo, Carlos trasse un lungo respirò e rientrò nell’auto. Ormai era fatta. Allora si ricordò dell’invito a pranzo di suo cognato, a casa di sua sorella. Provò a telefonare, ma nessuno rispose. Riprovò ancora, più volte. Alla fine, scrisse un messaggio. Andate tutti in culo, stronzi. Trattenendo a stento un sibilo d’entusiasmo schiacciò invio e partì poi veloce in direzione dell’idroscalo.

5. Humour

Il casello [Cronaca, di Tagliente Secondo]

“(Click.) È il 13 dicembre del 2013. Sono le 14:30. Il cielo è coperto, ma non piove. Le previsioni, come al solito, hanno sbagliato. Ho un appuntamento con Michela, il terzo. Sono davanti a casa sua. (Click.)”

Mentre aspetta, Carlo spenge il registratore e si accende una sigaretta, sistemando poi l’accendino nel vano sotto il cruscotto. Una, due, tre, quattro boccate. E poi, come fa sempre dopo il quinto tiro, anche nel caso ne avesse ancora voglia, spegne accuratamente la sigaretta nel posacenere, stando attento a non piegarla. Dopo di che, ripone il mozzicone in una scatolina di latta che tiene nella tasca sinistra dei pantaloni, sempre chiari. Appena vede Michela, riaccende il registratore.

3. Cronaca