Il Casello [Cronaca, di Ninja]

Coda di 9 chilometri sulla A51.

Auto fantasma bloccano il passaggio.

E’ successo tutto ieri sera intorno alle 19:20. Una Porsche nera e una Ford Fiesta, hanno bloccato il traffico sulla tangenziale est di Milano, a pochi passi dallo svincolo di Lambrate.

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3. Cronaca

Il casello [Drammatico, di Ninja]

“È finito”.

Nonostante fossero passati già tre giorni, stentavo ancora a crederci.

“È finito”. Incredibile come due parole così semplici possano creare un subbuglio emotivo di proporzioni cosmiche. Mettere la parola fine ad un progetto del genere è come riprendere a respirare a pieni polmoni. Abbandonare l’aria rarefatta di un mondo ostile e privo di luce, per un paradisiaco lungomare, abbracciato dal sole più caldo. Se solo Dio sapesse cosa ho portato a termine.

4. Drammatico

Il casello [Drammatico, di Alfa]

Perché perdi tempo a lamentarti? Perché polemizzi? Perché scurisci di due toni le immagini? Perché in un soffio di vento vedi una tromba d’aria e in una tromba d’aria un cataclisma biblico? Perché appesantisci anche le piume, zavorrandole di ripetizioni e pause e dettagli grevi e inutili e pedanti? Perché tutti quegli aggettivi? Uno in fila all’altro, carichi di ansia e peso e fatica?

Perché se una cosa non la ripeti, almeno tre volte, enfatizzandola, pensi di non esser sentito?

4. Drammatico

Cosa c’è nella scatola del gioco della ghost writer’s gang?

C’è Chuck, e non Norris, ma Palahniuk.

E poi William, con un pezzo di Blake (il pezzo delle visioni all’asilo) e tanto (ma taaaanto) Burroughs (beat fino al buco del culo del mondo).

E c’è DFW. Ce ne sono tanti. E tutti vivi (chi più, chi meno).

C’è anche Leyner, ma ancora non lo sa.

Dietro l’angolo, ancora nell’ombra, ma già con un piede oltre il muro, c’è Tom. Quello dei Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi.

C’è il Joe Richard Harold dentro al delirio del drive-in.

C’è luce.

C’è calore.

C’è quel buio che ti toglie il fiato e fa alzare i battiti fino a sentirteli sbattere contro le tonsille.

C’è pathos da ribaltare le budella.

E fame. Una fame atavica, insaziabile, impossibile da placare.

Non c’è gloria. Non c’è successo. Non c’è notorietà.

C’è una moneta, ma non c’è denaro.

C’è sudore, ma non lavoro.

C’è il silenzio del potere, il godimento del sapere, la lussuria – assoluta e quasi dolorosa – del piacere.

Ci sono regole ferree. Pronte per essere cambiate.

Muri altissimi e codici criptati. Portoni che si aprono sbattendo le ciglia e saltellando su una tastiera con dita più veloci di termiti impazzite.

Ci sono notti infinite e incredibili e pazzesche e giorni col sorriso sotto i baffi che aspettano il tramonto.

Ci sono voci. E risate. E brividi.

Qui dentro, nella scatola, c’è un movimento. Non una setta. Non un club (di certo non un club. Fanculo ai club). Non un gruppo. Non una lobby. Nemmeno un team. 

Questa scatola, quadrata, enorme e pesante e anonima, è un movimento.

Qui dentro, nella scatola, non ci sono nomi, ma etichette attacca-e-stacca, di quelle che una volta stanno sul leone e un’altra sul coccodrillo. O sulla libellula. O sull’iguanodonte.

Istruzioni? Poche.

Routine? Nessuna.

Formazione? Dipende.

Obiettivi? Stai scherzando?

Per giocare con noi, devi volerlo. Per volerlo, devi esserci nato.

(Parliamo di genetica, non di indole.)

Alobar.

Istruzioni: come diventare uno scrittore fantasma